Ecomafie

DEDICATO A CHI PENSA CHE OGGI NON SERVA RIDURRE, RIUSARE E RICICLARE

Si è centuplicata in 40 anni la mole dell’ammasso di spazzatura che galleggia in mezzo all’oceano. Fauna marina a rischio

L’avreste forse vista, in qualche foto della serie Ci stiamo fottendo il pianeta, la “Grande Massa di Rifiuti del Pacifico”, nota anche come Pacific trash Vortex, ovvero la più grande discarica del mondo. E’ uno spettacolo impressionante, una distesa quasi solida di bottiglie e sacchetti di plastica, filtri di sigarette, palloni, siringhe, accendini, spazzolini da denti, oggetti vari, che occupa un’area sempre più vasta dell’oceano Pacifico.  Si tratta, per la precisione, di due vortici  formati dalle correnti oceaniche,  uno a 500 miglie nautiche al largo delle coste californiane, non lontano dalle Hawaii, l’altro nella parte orientale del Pacifico, davanti alle coste giapponesi.

 

 

La sua scoperta, a opera dell’ oceanografo Charles Moore, risale al 1997, ma si sarebbe formata a partire dagli Anni ’50 e la notizia è che le sue dimensioni nel frattempo si sono centuplicate e continuano a crescere in modo costante. Grazie alle navi e alle piattaforme petrolifere, certo, ma anche e soprattutto grazie ai rifiuti che arrivano direttamente dalla terraferma. Lo annuncia uno studio pubblicato a cura di Royal Society journal Biology Letters, raccogliendo l’allarme degli scienziati per la parte meno spettacolare e più infida dell’ammasso, una zuppa di brandelli di plastica di meno di 5 millimetri impastati con idrocarburi e residui chimici che possono mettere a serio rischio la fauna oceanica e, giù per i rami della catena alimentare anche gli esseri umani.

Come in un incubo, la GPGP (Great Pacific Garbage Patch), che ha attualmente le dimensioni del Texas de arriva fino a 30 metri di profondità, è apparsa dal nulla – fino al 1987 non c’era traccia di particelle di plastica nei campioni prelevati per lo studio – e si moltiplica: secondo una ricerca condotta dall’università della California ogni chilometro quadrato di mare, nell’area, contiene fino a 13 mila pezzi di plastica. Che lentamente si disfano in particelle minime, un cocktail micidiale per pesci e uccelli marini. In più bottiglie di plastica e affini rappresentano l’habitat ideale di un insetto noto come sea-skater (pattinatore del mare) che si nutre di plancton e uova di pesce. Insetto raro fino a quando doveva deporre le sue uova su legni galleggianti e conchiglie, ora diventato molto prolifico grazie all’estesa superficie a disposizione. Con danni intuibili su tutta la delicata catena alimentare oceanica.

Un bel problema, considerando che una bottiglia di plastica impiega fino a mille anni per biodegradarsi.


Siamo al Vostro fianco!

28 febbraio 2012. D-DAY dei rifiuti. Il Consiglio di Stato si prouncia circa l’inceneritore dei Castelli Romani. Abbiamo fatto tutto quello che potevamo per difendere questo territorio, se esiste giustizia questo impianto deve essere nuovamente bocciato.

Avviso a tutti i lettori, da oggi per ogni info circa l’inceneritore di Albano e la discarica di Albano ci trovate agli indirizzi www.differenziati.org e www.differenziati.com. PASSAPAROLA!

Villa Adriana bloccata per un’ora: in tremila contro la discarica

Il Messaggero
ROMA – Protesta davanti a Villa Adriana a Tivoli, vicino a Roma, contro l’apertura di una discarica a Corcolle, una zona della capitale non distante dal sito archeologico di epoca romana dichiarato patrimonio dell’Unesco. Circa mille persone questa

Protesta il popolo anti-discarica corteo da Villa Adriana a Villa

La Repubblica
In centinaia hanno attraversato il quartiere medievale per dire ‘no’ alla realizzazione dell’impianto a Corcolle. Presente Franca Valeri. Il sindaco di Tivoli chiede l’intervento di Monti Diverse centinaia di persone, tra comitati, associazioni,

Rifiuti: protesta Corcolle a Tivoli,’bloccata’ Villa Adriana

ANSA.it
(ANSA) – ROMA, 18 FEB – Protesta davanti Villa Adriana a Tivoli contro la discarica a Corcolle, vicina al sito romano patrimonio dell’Unesco. Circa mille persone – secondo gli organizzatori – si sono radunate davanti alla villa con lo slogan

Dario Fo contro la discarica Sabato corteo a Villa Adriana

Corriere della Sera
Anche Dario Fo dice «no» alla discarica di Riano mentre sabato mattina ci sarà una nuova manifestazione di protesta davanti all’ ingresso di Villa Adriana contro quella prevista a Corcolle. Italo Arcuri, assessore alla Cultura del Comune di Riano,

«Villa Adriana chiusa contro la discarica»

Corriere della Sera
Contro i rifiuti a Corcolle, manifestazione il 18 febbraio alle 9.30: stop ai botteghini, ma i turisti potranno entrare. E Dario Fo firma per il No al progetto dell’altra Malagrotta bis a Riano Contro i rifiuti a Corcolle, manifestazione il 18 febbraio

Protesta contro il piano rifiuti, “occupata” Villa Adriana

Online-News
Oltre tremila persone, secondo gli organizzatori, hanno “occupato” stamattina Villa Adriana a Tivoli, vicino a Roma, per protestare contro l’apertura di una discarica a Corcolle, a due passi dal sito archeologico di epoca romana dichiarato patrimonio

Roma: Nanni, a Villa Adriana barbarie che il mondo ci contesta

Roma.OggiNotizie.it
Roma – “Una discarica accanto a Villa Adriana e’ una barbarie che il mondo intero ci contesta. Dieci anni fa i talebani distruggevano le due statue di Buddha della valle di Bamiyan, uno dei maggiori monumenti della tradizione buddhista, quelle immagini

Rifiuti: da Corcolle 3mila no a discarica

LiberoQuotidiano.it
Roma, 18 feb. (Adnkronos) – “Tremila no decisi contro la discarica di Corcolle e no all’affossamento definitivo di qualsiasi prospettiva di sviluppo del territorio. Questo il senso della manifestazione che si e’ tenuta questa mattina davanti a Villa

Traffico illegale di rifiuti, un valore di 43 mld di Euro in dieci anni

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  • Albano, ancora un sit in per il comitato No Inc, clicca qui.
  • Discarica, conferenza dei servizi sull’inquinamento della falda, clicca qui.
  • Roncigliano, perchè blocchiamo la discarica, clicca qui.

_(Fonte articolo,clicca qui) Un giro d’affari di 43 miliardi di euro, 191 indagini, 89 delle quali hanno portato al sequestro di oltre 13 milioni d tonnellate di rifiuti, 666 le aziende coinvolte nelle indagini e 3348 le persone denunciate. Dieci di anni di lotta al traffico illegale dei rifiuti possono riassumersi cosi’, con le cifre fornite da Legambiente nel rapporto “Rifiuti Spa”, presentato questa mattina a Roma. 39 i clan mafiosi coinvolti nella gestione di oltre un milione di tir che incolonnati, ricorda Legambiente, coprirebbero per intero i settemila chilometri della rete autostradale italiana.

L’impulso alle indagini in quest’ultimo decennio, ricorda Legambiente, e’ stato dovuto all’introduzione del reato di “attivita’ organizzate per il traffico illecito di rifiuti” e per l’assegnazione, avvenuta nel 2010, di questo reato tra quelli di competenza delle Direzioni distrettuali antimafia. Un cambiamento significativo, dal 2000 ad oggi, si e’ registrato nelle rotte, che seguono sempre meno la direttrice nord-sud e sempre piu’ percorsi circolari, coinvolgendo tutte le regioni (fatta eccezione per la Valle d’Aosta, e si proiettano si scala mondiale. Dieci delle inchieste condotte nel 2010 hanno visto il coinvolgimento di quindici paesi di tre continenti, Europa (punto di partenza), Africa (territorio di passaggio) e Asia (meta finale). Per rendere ancora piu’ efficace ed incisiva la lotta al traffico illegale dei rifiuti, Legambiente ritiene si debba rafforzare e, al contempo, semplificare il quadro sanzionatorio in materia di tutela penale dell’ambiente.

Altre azioni potrebbero riguardare il conferimento della piena operativita’ alla nuova classificazione del delitto di attivita’ organizzata di traffico illecito dei rifiuti, la modifica di alcune norme per semplificare le procedure di sequestro dei rifiuti presso aree portuali e aeroportuali, l’estensione del suddetto reato in tutti i paesi dell’Unione europea e l’inserimento del contrasto al traffico illegale di rifiuti tra le attivita’ di organismi investigativi e di controllo europei e internazionali. “Grazie all’introduzione del delitto di attivita’ organizzate di traffico illecito di rifiuti – ha commentato il presidente di Legambiente, Vittorio Cogliati Dezza – l’Italia rappresenta oggi, a livello europeo e internazionale, una punta avanzata nell’azione di contrasto a questo grave fenomeno di illegalita’, ambientale ed economica.

I buoni risultati raggiunti – ha proseguito – dimostrano l’importanza di poter contare su un adeguato sistema normativo ma ora serve completare la rivoluzione iniziata dieci anni fa.

Confidiamo quindi nel governo – ha osservato Cogliati Dezza – affinche’ si attivi concretamente per l’introduzione dei delitti ambientali nel nostro codice pensale, una riforma di civilta’ che – ha concluso – contribuirebbe a tutelare l’economia sana del paese”.


Piano rifiuti, una doppia faccia tutta da decifrare

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_Parla Luca Tittoni, membro dell’associazione “Differenziati”. Una coltre di silenzio che non è propriamente candida consente a chi si deve muovere preferibilmente in sordina di portare avanti i propri interessi senza troppi disturbi. «I cittadini del Lazio devono sapere che si è varato un piano rifiuti nuovo di zecca che presenta in realtà un “piano b” sotto al tavolino, il cosiddetto “scenario di controllo”, quanto mai strisciante e all’orizzonte».Articolo di Maria Lanciotti

(Castelli Romani – Attualità) – L’emergenza maltempo, mentre mette in ginocchio la capitale e dintorni, si rivela utile per spostare l’attenzione dei media e della popolazione da altre e non meno gravi emergenze. Una coltre di silenzio che non è propriamente candida consente a chi si deve muovere preferibilmente in sordina di portare avanti i propri interessi senza troppi disturbi. Strategie in cui sono specializzati coloro che si occupano della gestione dei rifiuti, nel modo che sappiamo. E siccome il maltempo promette di durare, vorremmo tornare sull’argomento ad evitare che si congeli. Ci rivolgiamo pertanto a Luca Tittoni, membro dell’associazione “Differenziati” – associazione che appoggia in pieno il percorso di vertenza e mobilitazione cittadina svolto complessivamente fino ad oggi dal Coordinamento contro l’inceneritore di Albano – al quale poniamo alcune domande.

Il Piano Rifiuti proposto dalla Giunta Polverini e approvato il 18 gennaio dal Consiglio regionale, presenta una doppia faccia tutta da decifrare. Se nella prima parte del testo il Piano si prefigge di raggiungere entro il 2017 l’ottimale nella raccolta differenziata, nella seconda parte inserisce un progetto alternativo da attuarsi nel caso si registrasse nei prossimi anni un aumento nella produzione dei rifiuti. Come si spiega la coesistenza di questi opposti scenari? «Si tratta dell’ennesimo piano di gestione rifiuti completamente inadeguato che la Regione riesce a concepire. Ora però la situazione è più che mai grottesca. I cittadini del Lazio devono sapere che si è varato un piano rifiuti nuovo di zecca che presenta in realtà un “piano b” sotto al tavolino, il cosiddetto “scenario di controllo”, quanto mai strisciante e all’orizzonte. Il 65% di raccolta differenziata, infatti, è fittizio ed è fissato per accontentare le disposizioni dell’Unione Europea ed evitare così di incorrere in sanzioni. Vogliamo incrementare la raccolta differenziata? Bene, in tal caso sarebbe utile chiedere alla governatrice Polverini a quanto ammonta lo stanziamento per la raccolta differenziata nel triennio 2012 – 2015 e al contempo la somma del contributo Cip 6 per l’inceneritore dei Castelli Romani. Il trucco verrà presto svelato. È quindi un piano inconsistente che allontanerà il Lazio dal ciclo virtuoso dei rifiuti che cittadini, Unione Europea e movimenti a tutela e valorizzazione dei territori chiedono da tempo. Soprattutto, che quadro programmatico è quel piano rifiuti che include ancora l’inceneritore dei Castelli Romani, già bocciato dal Tar Lazio e, per giunta, con tutti i vizi procedurali che questo impianto continua vergognosamente ad annoverare?».

La Polverini addebita tutto a tutti e proclama che: “nell’ambito del rispetto delle regole daremo tutto il sostegno al prefetto Pecoraro che sta facendo le scelte più opportune”. A fronte di tanto sbandierato rispetto per la legalità, si è proseguito come sappiamo con il collaudo e la messa in funzione del secondo sub-lotto del VII invaso della discarica di Roncigliano in maniera palesemente illegittima. Lei concorda con le scelte di Pecoraro? Come interpreta il dire e il fare della Polverini? «Nel Lazio, in ambito rifiuti, è ora che ognuno dei nostri delegati passati e presenti si assuma le proprie vere responsabilità. “Rispetto delle regole”, “scelte opportune”. A sentire simili parole fa un certo effetto. La governatrice del Lazio e il prefetto Pecoraro dovrebbero fare un viaggio a Vedelago, a Capannori, a Ponte nelle Alpi. Se le scelte opportune nel 2012 sono quelle di individuare due discariche teoricamente provvisorie sopra una cava di tufo o a due passi da Villa Adriana, far commissariare Roma in ambito rifiuti per non caricarsi della responsabilità politica, indicare il modello Peccioli che poi tanto modello non è, ecco, mi domando, verso cosa stiamo andando? Verso un nuovo baratro, un’emergenza posticipata che farà comodo ai soliti noti e terrà il Lazio inchiodato a buche e bruciatori per i prossimi decenni. Ai Castelli Romani poi le regole sono saltate da tempo, con invasi stracolmi tra i vigneti, falda compromessa, collaudi fatti come ben sappiamo e distanze della discarica rispetto ai centri abitati quanto mai dubbie e giustamente oggetto di ricorso da parte dei movimenti che difendono il territorio».
E quale altro scenario si può immaginare, al di fuori di quelli prospettati dal Piano rifiuti sancito dal Consiglio Regionale? «Nel 2012 non si sfugge. Le alternative tecnologicamente praticabili, quelle vere, ci sono, esistono e sono molto convenienti per i cittadini e per le amministrazioni. Occorre creare una vera e propria filiera del riciclo come l’Ue ci chiede: dà lavoro, non incontra opposizioni ed è sostenibile a livello economico e ambientale. Bisogna aprire il mercato, spingere sulla riduzione dei rifiuti alla fonte, avallare davvero la differenziata porta a porta come sta facendo il Comune di Ariccia e come si appresta a fare il Comune di Genzano, ma al contempo creare quelle strutture che permettono la lavorazione della differenziata e la sua corretta allocazione nelle quantità necessarie. Altrimenti non c’è futuro e si farà il gioco devastante della lobby. Ai Castelli Romani l’attenzione è e rimarrà molto alta. Ci apprestiamo ad entrare nella fase cruciale per ciò che attiene l’inceneritore ed il Consiglio di Stato, ma subito dopo verrà la volta della discarica e dei suoi invasi. I cittadini dei Castelli Romani devono mostrare responsabilità e lungimiranza, il problema discarica e inceneritore riguarda tutto il bacino, se vogliamo dare un futuro a questo comprensorio territoriale questa battaglia di civiltà va vinta in tutte le sue forme e insieme».

Fonte: castellinews.it


Appello per Forum Strategia Rifiuti Zero

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_Riceviamo e pubblichiamo l’appello del Coordinamento Rifiuti Zero per Roma, per  realizzare un organismo unitario su Roma con l’obiettivo di Strategia Rifiuti  Zero. “Considerato che a Roma operano più di un  Comitato e visto che dichiarano tutti di perseguire gli stessi obiettivi,  proponiamo a tutti/e le Organizzazioni, i Comitati, le Associazioni e singoli/e  cittadini/e attivi/e, la costituzione di un Forum Cittadino dei Movimenti per la  Strategia Rifiuti Zero, per rafforzare e rendere più efficace questa importante  battaglia civica. Al fine di facilitare il percorso inclusivo, chiediamo a  tutti/e di fare una pausa di riflessione, di non mettere alcun paletto e/o  pregiudiziale, così di agevolare l’apertura di un percorso e una convergenza  unitaria, da verificare in una Riunione del/per il Forum di tutti/e, autonomo e  indipendente. Proponiamo che le proposte in itinere sul referendum, sulla  delibera d’iniziativa popolare, sulla cartolina/petizione vengano discusse,  migliorate e approvate dall’Assemblea del Forum, che dovrà avere due requisiti  fondamentali di condivisione: le regole democratiche di partecipazione e di  decisione”.

Chi fosse interessato può mandare la propria adesione all’indirizzo rifiutizeroroma@gmail.com.


Così ci Uccidono….

 Non si tratta di una nuova pubblicazione, perche’ risale a febbraio 2010, tuttavia pensiamo sia un libro che tutti noi dovremmo leggere, a maggior ragione quei cittadini che da anni subiscono attacchi, soprusi e veleni a danno del territorio in cui vivono. Purtroppo i Castelli Romani vantano questo triste primato….

Volevamo quindi parlarvi di questo libro: “Così ci uccidono. Storie, affari e segreti dell’Italia dei veleni” di Emiliano Fittipaldi, gia’ ospite in un programma RAI, interessante, culturale, d’approfondimento, trasmesso tempo fa in seconda serata (peccato). Una vera rarità.

Emiliano Fittipaldi era davanti a uno scettico (all’inizio) Corrado Augias, in “Le Storie” su Rai3. Emiliano Fittipaldi è un giornalista de L’Espresso, il suo libro è edito da Rizzoli.  Questa è la quarta di copertina:

Forse siete convinti di scegliere sempre il meglio, e al supermercato passate ore a selezionare prodotti “di qualità”. Ma nel cibo che mangiate, nell’acqua che bevete, nell’aria che respirate e nei cosmetici che vi spalmate sul corpo i veleni sono in agguato. Tra gli avvelenatori non ci sono solo camorristi, mafiosi e criminali risaputi. La categoria comprende anche personaggi insospettabili. Politici ufficialmente impegnati nella tutela dell’ambiente ma che, tra beni di famiglia, possiedono aziende accusate di minare la salute dei dipendenti. Industriali milionari che confezionano i prodotti di marche famose con materiali scadenti e nocivi, vere e proprie bombe a orologeria per i consumatori. Sindaci e assessori che di fronte ad analisi inquietanti sulle sostanze tossiche contenute nell’acqua comunale preferiscono tacere “per non allarmare inutilmente la popolazione”. Responsabili delle bonifiche di aree gravemente contaminate, nel cuore dei nostri centri urbani, che lavorano solo per gonfiare il proprio portafogli, incuranti di chi in quelle zone vive o andrà a vivere. Sembra incredibile, ma succede di rado che queste storie clamorose trovino spazio nelle cronache di stampa e televisione“.

I veleni sono in agguato in tutto ciò che ci circonda. E non ci sono marchi, pubblicità rassicuranti che possano proteggerci al 100%. Lo dice Saviano in Gomorra, lo mostra Biùtiful Cauntri di Calabria, Ruggiero, D’Ambrosio, Del Giudice, lo ripete da sempre Antonio Marfella dell’ospedale Pascale di Napoli. Nell’acqua che beviamo, nel cibo, nell’aria che respiriamo, nei cosmetici. E le Regioni lo nascondono alzando i limiti di legge.

Buona lettura, in attesa del pronunciamento del Consiglio di Stato sull’inceneritore di Roncigliano….


Così cambia il territorio

A Giugliano in Campania durante gli anni Ottanta e Novanta sono stati creati e fatti scomparire dei bacini artificiali. In quella zona più ammalati di tumore

E’ uno spettrale nastro d’asfalto che corre parallelo all’autostrada A30 Salerno-Caserta-Roma, sospeso su alti viadotti. Collega il comprensorio «a monte del Vesuvio», solcato dai treni dell’Alta velocità, con la Terra di Lavoro.Da un certo punto in poi, superato l’agro aversano, la Statale Nola- Villa Literno, asse di scorrimento rapido, attraversa quasi per intero quella che i romani ribattezzarono«Campania Felix»: quattro, a volte sei, raccolti all’anno fino a 25 anni fa, oggi ridotta ad uno sterminato cimitero per ogni tipo di coltura. Un gigante dai piedi d’argilla, la Statale dei veleni.

Quando fu messa in cantiere, la costruzione dei viadotti rappresentò un accorgimento scientificamente studiato dalla camorra casalese per consentire ai camion che trasportavano i bidoni tossici di penetrare indisturbati nelle campagne. Di notte, quando nessuno vedeva. Interrati, sepolti. Ma come? Sotto terra, certo, ma non solo. La camorra utilizzava anche i laghi artificiali. Come nel caso del comune di Giugliano in Campania (vedi le foto sotto riportate). Specchi d’acqua creati nel giro di qualche mese e scomparsi con la stessa velocità,come denuncia Massimo Morigi, tecnico dell’Ispra (l’Istituto per la ricerca ambientale), che ha confrontato, con tecniche particolari, immagini satellitari di varie epoche.  Così come è emerso nella vicenda giudiziaria circa la Nola – Villa Literno laddove tra il 1987-88 e il 2005, hanno raccontato ai magistrati dell’antimafia napoletana Gaetano Vassallo,  l’incessante via vai di autoarticolati provenienti dal triangolo industriale del Nord. Le industrie stringono con la camorra accordi commerciali molto convenienti: le scorie tossiche vengono smaltite al modico costo di 10 lire al chilo. I bidoni stracolmi di veleni vengono prima interrati nel ventre delle discariche legali, due o tre metri sotto i rifiuti solidi urbani raccolti nelle città, poi, quando lo spazio si  esaurisce,vengono tombati dappertutto. Anche nei laghi artificiali. In totale in Campania vengono sepolte un milione di tonnellate di scorie tossiche. La stima la fa, nel 2003, in capo a 4 anni di indagini, il pm di Santa Maria Capua Vetere Donato Ceglie. L’operazione «Cassiopea» svela al mondo gli orrori di Gomorra: 40 tir carichi di veleni arrivavano ogni settimana da Piemonte, Lombardia, Liguria, Emilia Romagna e Toscana.

Perché negli ultimi anni diversi studi hanno messo in relazione la presenza di siti inquinanti e la diffusione di tumori.

Il percorso non è stato semplice. C’è voluto del tempo. Una delle prime indagini esplorative venne fatta nel 2001 dall’Istituto superiore di Sanità. Il rapporto analizzava la mortalità infantile nella popolazione di Caserta mettendola in relazione con le discariche nascoste tra il 1985 e il 1994. Quel rapporto è, però, scomparso,studio chiamato «Progetto Regi Lagni», del 2002, commissionato dal ministero dell’Ambiente all’Enea, evidenziò un serio degrado della qualità delle acque a tutti i livelli nelle zone tra il casertano e il napoletano. Ma solo dal 2004 si cominciò a mettere in relazione diretta l’inquinamento del territorio con l’insorgere di neoplasie. Fu la rivista Lancet Oncology, a lanciare il sasso con uno studio di Kathryn Senior e Alfredo Mazza, dal titolo: «Italian “Triangle of death” linked to waste crisis» («Il “Triangolo della morte” italiano collegato alla crisi dei rifiuti»). La zona considerata era quella compresa tra i comuni di Acerra, Nola e Marigliano, in provincia di Napoli, un tempo nota per essere tra le più fertili della Campania. I ricercatori riscontrarono un forte aumento della mortalità per cancro che per alcune patologie raggiungeva livelli molto più alti della media italiana.

Talmente vistosa che anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità si mosse. Sotto la spinta della Protezione Civile fu avviato alla fine del 2004 un vasto studio sulla correlazione tra rischio ambientale da rifiuto, mortalità e malformazioni congenite. Vennero messi sotto osservazione 196 comuni, divisi in base a indici socioeconomici e ambientali. Tra questi Giugliano in Campania che finì tra quelli più disagiati. Tra quelli, cioè, dove il rischio di malformazioni congenite era il 15% più alto rispetto ai comuni più agiati, dove l’incidenza di cancro al polmone, al fegato, al testicolo, all’esofago, alla laringe e il sarcoma ai tessuti molli, nei maschi, e di cancro al rene, ai dotti biliari, al cervello, per le donne, era ben oltre la media.

«Tante denunce ma nessuno ha mai voluto vederci chiaro»

Massimo Morigi ha un passato da romanzo giallo. Esercito, aeronautica, servizi segreti. Ora è collaboratore tecnico presso l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (Ispra). È stato lui a scoprire il metodo dei laghi artificiali come mezzo per smaltire i rifiuti. Le sue denunce però sono rimaste inascoltate.

Perché? «Forse perché, oltre a me, solo l’Organizzazione Mondiale della Sanità cerca le discariche tombate».

Un compito che non gli compete? «L’Oms non è l’Ente che deve identificare le aree da adibire a discariche, che vengono poi dichiarati coperti dal segreto di stato e presidiati da militari».

Perché non si cerca? «Perché se tutti fossero a conoscenza di cosa è nascosto sotto il loro territorio, come si potrebbe imporre, ad una comunità di cittadini, ancora un’altra discarica? La prevenzione non porta voti».

Quante volte ha denunciato? «Tante. Nel dicembre del 2008, ad esempio, durante una tavola rotonda presso l’Enea, l’allora vice capo dipartimento della Protezione Civile Nazionale, l’ingegnere Bernardo DeBernardinis (ora a capo dell’Ispra, ndr), citando la mia ricerca, disse testualmente: “Quando avete identificato una discarica abusiva che fate? Lo scienziato che è riuscito ad identificarla va dal procuratore.

E cosa fa il procuratore? Prende il sindaco e gli dice: tu non hai fatto la bonifica, e ilsindaco risponde, io non ci ho i soldi…».

Negli ultimi anni si è diffusa la certezza che abitare vicino a una discarica abusiva sia dannoso… «Questi luoghi sconosciuti e mimetizzati potrebbero nascondere la causa, o una delle maggiori concause, dei numerosi casi di mortalità per neoplasie e leucemie. Gli ultimi studi epidemiologici dicono questo. Anche se,come ultima ipotesi, forse le istituzioni conoscevano già la situazione di pericolo sin dal ’98. Ma nulla hanno fatto per mettere in sicurezza popolazione e territorio».

Roberto Rossi -Massimiliano Amato per l’Unità


Report – Spazzatour

 


“Disastro ambientale” e dati nascosti. A Melfi due arresti per il termovalorizzatore dei veleni

_(Fonte articolo, clicca qui). Rifiuti pericolosi, dati d’inquinamento celati per anni, funzionari accusati. La vicenda dell’inceneritore “Fenice”, sito all’interno dell’area industriale di San Nicola di Melfi in Basilicata, è un esempio dell’alto prezzo (in termini ambientali) dello sviluppo al Sud e del rischio che le popolazioni si assumono in cambio di possibilità occupazionali e per favorire gli investimenti delle multinazionali. Lo scorso 12 ottobre sono stati arrestati Vincenzo Sigillito, ex direttore dell’Arpab (Agenzia regionale protezione ambiente Basilicata) e Bruno Bove, il coordinatore del dipartimento provinciale. I capi d’accusa: disastro ambientale e omissione d’atti d’ufficio. Curioso è come solo poche ore prima il ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo avesse dichiarato che avrebbe costretto «i francesi a bonificare l’area» del termovalorizzatore.

Ma Edf, il colosso francese che gestisce l’impianto, non ha nulla da temere. Perché Fenice risorge sempre, o meglio, non muore mai. Il termovalorizzatore di Melfi viene costruito negli anni ’90: sullo sfondo, due realtà lontane. Da una parte c’è la Basilicata, una delle regioni meno sviluppate del Meridione. Dall’altra la Fiat, che apre lo stabilimento Sata e crea 7mila posti di lavoro più l’indotto, oggi minacciati dalla cassintegrazione e dai piani di sviluppo di Sergio Marchionne. L’inceneritore nasce per smaltire i rifiuti prodotti dallo stabilimento automobilistico ed entra in funzione nel 2000: al suo interno due forni, uno rotante dalla capacità di 35mila tonnellate l’anno per i rifiuti industriali pericolosi, e uno a griglia da 30mila per i rifiuti solidi urbani ed assimilati. Nel 2001, la Fiat vende lo stabilimento al colosso francese Edf ma già dall’anno prima Fenice opera senza essere in possesso dell’autorizzazione integrata ambientale: al suo posto solo un’autorizzazione provvisoria della provincia di Potenza, che rimarrà “provvisoria” per dieci anni. Nonostante le diverse segnalazioni di malattie e tumori fatte dagli abitanti di Lavello e dei comuni limitrofi all’inquinatore, le autorità non impongono la chiusura dell’impianto. Neanche “provvisoriamente”.

Se il termovalorizzatore non fosse mai stato oggetto di contestazione, nulla quaestio. Il punto è che nel 2009, a protestare per l’inquinamento delle falde acquifere sottostanti, è proprio Fenice: dopo un rilievo dell’Arpab nei suoi pozzi di emungimento interni, la stessa impresa si autodenuncia. Inquinanti, metalli pesanti e cancerogeni come nichel, manganese, mercurio, arsenico e voc (composti organici volatili): a Melfi si istituisce una conferenza di servizi per affrontare il problema dell’inquinamento, a cui ne seguiranno altre quattro. A ottobre 2009, l’ex direttore dell’Arpab Vincenzo Sigillito – uno dei due arrestati – dichiara di aver comunicato alle procure di Potenza e di Melfi che su Fenice non vi sono dati certificati negli anni 2002, 2003, 2004, 2005, 2007. In un’intervista successiva, Bruno Bove dell’Arpab – il secondo arrestato – ammette: «L’Agenzia era a conoscenza dell’inquinamento fin dal 2006, ma non eravamo tenuti a comunicarlo pubblicamente». I panni sporcati dall’acqua contaminata è meglio lavarli in famiglia.

A marzo 2011, non paga dei danni a cui ancora non si è posto rimedio, Fenice chiede di aumentare la quantità di rifiuti urbani da bruciare, passando da 30 a 39mila tonnellate l’anno. Sull’episodio del 2009 Fenice Ambiente fa sapere che «le sorgenti di contaminazione sono state individuate ed eliminate. Dall’autodenuncia del 2009 ad oggi sono stati spesi 3,5 milioni di euro ed il processo di bonifica è in corso nei termini di legge». Quindi, la bonifica non è ancora stata completata. E sono previsti costi, per finire il lavoro, per altri 30 milioni . Come può allora Fenice richiedere di ampliare la quantità di rifiuti smaltiti?

Non solo. L’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) nel rapporto 2010 indica come Fenice abbia bruciato ben 977 tonnellate di rifiuti sanitari pericolosi nel 2008: la provincia di Potenza quest’anno ha ammesso in una nota ufficiale che «l’impianto non era autorizzato a trattare i rifiuti sanitari». Il 16 settembre scorso, a ridosso di una manifestazione indetta dai cittadini del “Comitato diritto alla salute”, l’Arpab pubblica finalmente i dati della contaminazione causata dall’impianto: documenti che erano stati chiusi in cassaforte per diversi anni.

Mentre in questi giorni viene istituita una nuova commissione d’inchiesta della Regione sui danni provocati da Fenice, Giannino Romaniello (Sel), presidente della commissione regionale precedentemente istituita per lo stesso obiettivo, sentenzia: «Sicuramente posso affermare che Fenice ha violato alcune norme di legge, ha avuto un comportamento tendente a occultare dati, ha gestito l’impianto con scarsa attenzione alla salute dei lavoratori e non ha effettuato con diligenza e costanza verifiche e manutenzioni ad impianti ed attrezzature». Ma se chiudesse Fenice, Edf subirebbe un danno d’immagine rilevante – difficile credere poi che il colosso francese se ne andrebbe in punta di piedi – e la Fiat sarebbe tentata dalla dismissione completa del suo impianto. E in Basilicata l’occupazione gode di pessima salute. Come molti lucani che vivono nei pressi di Melfi.


No Turbogas, cittadini di Aprilia in marcia contro la centrale elettrica

_Lo sapevate? in linea d’aria impatterebbe anche i Castelli romani:

Ultimati i lavori per la struttura a Campo di Carne, ma le associazioni restano sempre contrarie al progetto

Non sono bastate, negli anni, denunce, ricorsi amministrativi ed esposti: i lavori per la centrale Turbogas a Campo di Carne (frazione di Aprilia), sono ormai ultimati e l’accensione dell’impianto è imminente. Ma questo non ferma le proteste dei cittadini del comprensorio che domenica si sono ritrovati per l’ennesimo corteo, ormai declinato nel segno dell’indignazione che accomuna, di questi tempi, ogni pubblica manifestazione di dissenso.

La rete «No turbogas» rivendica innanzitutto il diritto alla protesta, oltre a voler sottolineare come le numerose rimostranze approdate negli uffici giudiziari siano misteriosamente cadute nell’oblio. Tra le tante anomalie, quella dello smarrimento presso il tribunale di Latina di un fascicolo depositato dall’amministrazione comunale di Aprilia sulle presunte violazioni ai vincoli paesaggistici commessi dalla società Sorgenia nel costruire l’impianto di generazione elettrica a turbogas. Ma la rete dei cittadini non ha ancora digerito le denunce piovute sui manifestanti che, nel 2008, valicarono i confini del cantiere della centrale in costruzione. Oggi, quando il fronte del «no» ha visto tramontare ogni speranza, si chiede almeno che le sanzioni per gli invasori vengano cancellate.

La mobilitazione degli apriliani sui temi di energia e ambiente è costante: nel corso di uno convegno celebrato sabato, il sottosegretario all’Ambiente, Elio Vittorio Belcastro non ha avuto dubbi: «La turbogas crea danni alla salute, l’unico modo per compensare questa condizione è farsi risarcire da chi impone la presenza di tali impianti. Scelte che comunque arrivano dall’alto e che spesso i cittadini subiscono». Ma intanto la centrale elettrica è pronta. Si aspetta solo il taglio del nastro.


Sentenza del TAR sul ricorso sul VII invaso: aggiornamenti.

_Dopo la sentenza del TAR Lazio sul ricorso del Coordinamento contro l’inceneritore di Albano sul VII invaso a Roncigliano, la situazione politico-sociale ad Albano sta diventando incandescente.

Elenchiamo qualche articolo per fare un pò di luce su una vicenda che come associazione ambientale e cittadini riteniamo ingiusta e vergognosa.

Le dichiarazioni di Carabella sulla vicenda (qui).

La risposta di Fiorani (qui).

Le critiche delle associazioni (qui e qui), e del Movimento 5 stelle (qui).

Riteniamo che coloro che hanno OMESSO DI AVVERTIRE LA POPOLAZIONE riguardo l’ampliamento della discarica abbiano sbagliato. Chi ha sbagliato si prenda le sue responsabilità.

Ci rincuora, tuttavia, sapere che sulle questioni di merito il TAR si pronuncerà tra qualche mese e quindi la possibilità di far chiudere la discarica non sia impossibile. Cerroni non ha vinto, sta solo rendendo la sua sconfitta più amara.

Alleghiamo, inoltre, il comunicato del Coordinamento sulla questione.

Giovedì 27 Ottobre, presso la prima sezione Ter del TAR del Lazio, s’è tenuta un’udienza sul ricorso che il coordinamento contro l’inceneritore ha presentato sull’ampliamento della discarica di Roncigliano, ovvero la messa in esercizio del VII invaso (che prevede una nuova buca dalla capienza di 500.000 tonnellate di rifiuti tal quali). L’udienza era relativa ai soli fini della sospensiva immediata ed urgente degli effetti amministrativi dei provvedimenti V.I.A. positiva (Valutazione di impatto ambientale) ed A.I.A. n. B-3695 (Autorizzazione Integrata Ambientale) (e relative proroghe: C.1901 del 05.08.2010 e B-6190 del 29.07.2011) necessari alla realizzazione dell’ampliamento suddetto.

Il Tar del Lazio ha respinto la richiesta di sospensiva immediata ed urgente del VII invaso a causa del ritardo nel deposito dei ricorsi ovvero, così si legge: “tempestività del gravame” con un’ordinanza depositata in segreteria il 28.10.2011 e pubblicata il 31.10.2011.

Questa decisione paradossalmente, nonostante sia a nostro sfavore, ci rincuora non poco poiché il diniego riguarda solo la richiesta di sospensiva immediata ed urgente del VII invaso di Roncigliano (causata perlaltro solo da una “questione di ritardo” nel deposito dei ricorsi) e non anche il merito delle questioni sulle quali abbiamo ricorso.

Sulle questioni di merito, che rappresentano le fondamenta tecniche e giuridiche della nostra opposizione alla costruzione del VII invaso di Roncigliano, il TAR non si è espresso rinviando queste valutazioni ad un’udienza successiva che si terrà tra diversi mesi. Tra tali questioni ci sono la violazione della distanza minima tra discarica e abitazioni prevista dal DRL 112/2002, la totale contrarietà al nuovo invaso da parte della Usl Rm-H per gravi motivi igienico sanitari, l’inquinamento delle falde acquifere sottostanti la discarica di Roncigliano certificato dall’Arpa Lazio (Prot. N. 88592 del 17.11.2010), l’assenza dei due pozzi spia per il controllo della qualità delle acque di falda, l’assenza delle due centraline mobili di controllo della qualità dell’aria nell’area di Roncigliano, all’assenza dei monitoraggi e dei controlli nel rispetto delle modalità e cadenze previste dal D.Lgs 36/2003, etc..

La tempestività con la quale ci vengono messi a disposizione gli atti e i documenti relativi alla vertenza contro il VII invaso, d’altro canto, non rappresenta una nostra responsabilità, a maggior ragione dopo la costituzione ad adiuvandum del Comune di Albano Laziale e di altri sette comuni. Siamo purtroppo venuti a conoscenza dell’ampliamento della discarica di Roncigliano dopo circa 4 mesi da quando questa notizia era stata notificata all’assessorato all’ambiente del comune di Albano che, a quanto pare, ha ritenuto opportuno non avvisare né la popolazione né tantomeno il comitato di quest’ importante e preoccupante ampliamento.

I ricorsi contro il VII invaso, in sostanza, nonostante il diniego alla sospensiva, andranno avanti, ora più che mai, verso la fase di merito. (Anche la richiesta di sospensiva nei confronti dell’inceneritore, per capirci, venne respinta dal Tar Lazio, ma poi vincemmo sulle questioni di merito)

Il fatto di aver ricevuto questo diniego però garantisce alla Pontina Ambiente la libertà di continuare a sversare rifiuti (indifferenziati tal quali) nel primo lotto del settimo invaso, continuando così ad inquinare un territorio e le sue falde acquifere sottostanti, a rendere irrespirabile l’aria per gli/le abitanti delle zone circostanti. Garantisce a Cerroni un respiro di sollievo. Questo significa che la partecipazione alla lotta contro la discarica e il possibile ritorno dell’inceneritore deve essere oggi più che mai partecipata, diffusa e determinata. Significa che nonostante i tribunali abbiano i loro tempi e le loro sentenze noi decidiamo di attenerci alla sentenza che riteniamo più sovrana: la volontà popolare. E questa volontà si è espressa più volte nelle strade e nelle piazze dei castelli romani. Vuole la chiusura della discarica, la sua bonifica, la cancellazione del progetto dell’inceneritore e l’avvio di una politica nuova in merito alla gestione dei rifiuti: raccolta differenziata porta a porta, compostaggio, associati a riduzione, riciclo e riuso. I comuni e tutte le amministrazioni è ora che comincino davvero a fare i conti con questo.

I CASTELLI ROMANI NON FERMERANNO LA LORO LOTTA!

PER LA CHIUSURA E LA BONIFICA DELLA DISCARICA DI RONCIGLIANO!

CONTRO IL PROGETTO MORTIFERO DELL’INCENERITORE!

Coordinamento contro l’inceneritore di Albano – www.noinceneritorealbano.it

Buona lettura e No Inceneritori e discariche.

DIFFERENZIA-TI staff.


Post-Malagrotta, discariche e inceneritori, il Lazio verso il baratro

_ATTENZIONE, PROSSIMI APPUNTAMENTI IN PROGRAMMA RIGUARDANTI LA VERTENZA INCENERITORE E DISCARICA, LA CITTADINANZA E’ CHIAMATA ALLA PARTECIPAZIONE.

- Venerdì 14 Ottobre ore 17 assemblea cittadina ad Albano, Piazza san Pietro

- Domenica 16 Ottobre ore 10.30 assemblea pubblica a Montagnano, loc casette rosse

- SABATO 22 OTTOBRE CORTEO CITTADINO IN CONCOMITANZA CON IL PRONUNCIAMENTO DEL TAR LAZIO SULL’INCENERITORE DI CERRONI-AMA-ACEA. ORE 15:00 PIAZZA MAZZINI ALBANO LAZIALE. LA CITTADINANZA E’ CHIAMATA ALLA PARTECIPAZIONE MASSICCIA.

_Politici asserviti, camerieri che a loro volta hanno delegato scelte disastrose, incapaci di governare e gestire un problema che potrebbe diventare risorsa. Un Prefetto che parla senza sapere, dietro tutto ciò, i soliti affaristi da quattro soldi. Popolazioni con fior di ragioni che sono esasperate, lottano, combattono civilmente, presentano piano alternativi quanto mai realistici e verosimili, offrono dati tumorali, valori delle acque, risulati di una malagestione che ha trascinato il Lazio nel baratro rifiuti. Tutte queste persone fanno il gioco dei soliti noti, vogliono i profitti, avranno la lotta più dura e civile.

_(Fonte articolo, Eco della città, clicca qui) Alla fine, il verdetto sul post Malagrotta è arrivato, e non si tratterà di una sola discarica. I siti che accoglieranno i rifiuti per tre anni, dalla chiusura dell’Ottavo Colle a quando sarà aperta la nuova discarica di Pizzo del Prete (Fiumicino), sono due: Quadro Alto, nel comune di Riano, e San Vittorino-Corcolle, a Roma, nell’VIII Municipio. L’annuncio è stato dato questa mattina dal prefetto e commissario Giuseppe Pecoraro, in una conferenza stampa affollata di giornalisti ma non di autorità (non erano presenti né la Polverini né Alemanno).

Quadro Alto è una vasta area composta da sette cave di tufo tuttora funzionanti, che, ha spiegato Pecoraro, «permetterebbero di non dover fare sbancamenti ulteriori e quindi risparmiare nella realizzazione dell’invaso». San Vittorino è un’area più piccola, dove comunque i lavori per la realizzazione dovrebbero essere anche in questo caso abbastanza brevi. «A Roma, si produrranno in tre anni circa 3,5 tonnellate di rifiuti, che tenderà a diminuire con l’aumento della differenziata, come tutti auspichiamo: 2,4 andranno a Quadro Alto, il resto a San Vittorino. Ho scelto due siti e non uno solo in base alla quantità di rifiuti trattati che andranno smaltiti, per evitare che un unico sito non fosse oberato dai rifiuti», ha spiegato il prefetto, che ci tiene a precisare che nelle discariche finiranno solo rifiuti già trattati: «Roma ha il 10-15% di differenziato e tutto il resto viene ancora oggi portato a Malagrotta come tal quale. Oggi abbiamo l’obiettivo trattare tutto il tal quale attraverso le quattro linee esistenti, due private e due dell’Ama».

Possibile altra proroga per Malagrotta

Ma quali saranno i tempi di questa rivoluzione nella gestione dei rifiuti? «Farò in modo di chiudere Malagrotta entro il 31 dicembre. È ovvio che, se c’è una collaborazione di tutti e non ci sono ostacoli nelle procedure, si farà abbastanza presto, visto che l’ordinanza prevede anche un accorciamento nei tempi delle gare. Ma non posso escludere una mini-proroga, spero di non più di uno o due mesi», ha spiegato Pecoraro.

La realizzazione e la gestione sarà affidata tramite una gara, che avrà però tempi abbreviati: «Mi auguro di poterla fare in 15 giorni, per bandirla ed espletarla servirà in tutto un mese-un mese e mezzo. Una volta aperte le discariche provvisorie, rimarranno in funzione per 36 mesi. L’ordinanza è valida fino al 31 dicembre 2012, ma una volta realizzate le discariche e avviata la gestione, la mia opera è finita», ha continuato Pecoraro.

È giallo termovalorizzatore

Per ben due volte, salvo poi smentire, Pecoraro fa riferimento alla costruzione di un inceneritore. «I nostri obiettivi sono far funzionare le 4 linee di trattamento e selezione, istituirne se necessario una quinta, e fare in modo che in 36 mesi si chiudono le due discariche e si passi al termovalorizzatore, che è l’obiettivo finale del piano regionale». Un errore? Un lapsus freudiano? A nostra precisa domanda su questo il prefetto si schermisce e dice che intendeva «in generale gli impianti di trattamento». Mario Marotta, direttore generale Attività produttive e Rifiuti precisa: «Ad oggi, escludiamo la costruzione di un altro termovalorizzatore. Allo stato attuale non c’è n’è bisogno. Il Cdr che si produrrà si potrà bruciare fuori regione. Se però il Consiglio di stato boccerà l’inceneritore di Albano, non possiamo escludere un Albano-bis».

Ipotesi Cerroni-bis

Il prefetto ha anche chiarito le indiscrezioni sulle opzioni di Manlio Cerroni, titolare della società che gestisce Malagrotta, sui terreno di Riano. «Cerroni aveva avuto la possibilità, per Pian dell’Olmo e Quadro Alto, di chiedere delle autorizzazioni al proprietario per realizzare delle discariche. Ovviamente, io posso occupare d’urgenza Quadro Alto e le opzioni cadono». Ma un Cerroni-bis appare un’ipotesi realistica: «Se Cerroni vuole partecipare alla gara bene venga, nessuno glielo vieta, e in relazione all’offerta si deciderà».

La scelta dei siti fatta per esclusione: «Non potevamo scegliere altrimenti»

«Ai due siti siamo arrivati per esclusione. Ho anche chiesto alla Regione e ai vari comitati che ho ricevuto di indicarmi altri siti, ma l’unica proposta è arrivata dal sindaco di Riano. Questa mattina i tecnici della Regione hanno fatto un sopralluogo, ma il sito è vicino a centri abitati e richiederebbe sbancamenti e tempi lunghi di realizzazione», ha detto il prefetto. Problemi presenti anche nel caso di alcuni altri siti indicati dalla Regione: «Pian dell’Olmo oggi può contenere 750.000 tonnellate, e quindi era troppo piccola. L’abbiamo comunque considerata perché era ancora territorio romano e perché c’era un progetto di ampliamento, anche se non ci è sembrato fattibile in tempi brevi ed era particolarmente dispendioso: bisognava sbancare una collinetta per arrivare a una maggiore cubatura. Abbiamo escluso i due siti di Fiumicino perché in uno non c’erano cave presenti (Osteriaccia, ndr) e l’altro era vicino a un ospedale pediatrico (Castel Campanile, ndr). Per Monte degli Ortacci, invece, abbiamo ricevuto uno studio dell’Ispra secondo il quale nell’area c’è un inquinamento delle falde e quindi non si poteva utilizzare un sito già inquinato, peraltro vicino a due raffinerie e vicina alla stessa Malagrotta. Castel Romano, infine, era molto vicino a un centro commerciale e a un autodromo».

Le proteste degli amministratori

Presentando la decisione ai 17 sindaci della Valle Tiberina, il prefetto ha chiuso la porta a ogni tipo di trattativa o possibilità di ripensamento. «Come italiano e come cittadino di questa città ho chiesto ai sindaci di avere un comportamento quanto più possibile istituzionale e che ognuno si assuma la responsabilità delle proprie iniziative, perché è assurdo che ci assumiamo la responsabilità di mandare in emergenza rifiuti la nostra capitale». Pronta la replica del sindaco di Riano Marinella Ricceri: «Ho chiesto al prefetto di avere lui un comportamento istituzionale. Come si può sommergere un paese come Riano dell’immondizia di due milioni di persone?». E intanto, l’assessore all’Ambiente del Comune di Riano Fausto Cantoni annuncia un ricorso al Tar: «Aspettiamo di ricevere l’ordinanza, e poi fare ricorso».

Per domani, sabato 8 ottobre, è convocata alle 9,30, sulla via Tiberina, una manifestazione dei cittadini di Riano e dei comuni vicini. Ma Pecoraro non sente ragioni ed è pronto a usare metodi drastici: «Se i cittadini si metteranno di traverso, farò il prefetto», dice senza esitazioni.

Il presidio del Comitato Rifiuti Zero Fiumicino

Alcuni membri e il presidente del comitato Rifiuti Zero Fiumicino hanno tenuto un presidio sotto la sede della prefettura, per protestare contro la decisione del commissario: «La soluzione al disastro di Roma non è scavare altre buche. San Vittorino e Quadro Alto saranno probabilmente le discariche definitive, anche perché nel sito di Riano si farà un impianto di trattamento da 25 milioni di euro, che difficilmente verrà abbandonato», commenta il presidente Massimo Piras.


La Villa: residui di gas tossico in discarica

Le esalazioni provocate dal residuo di un tracciante

 

BADIA. Il fortissimo e quasi nauseabondo odore di gas, che a fine Agosto si è diffuso per tutta La Villa spandendosi anche fino a Corvara ha fatto scattare il massimo grado di all’erta per tutti i corpi dei vigili del fuoco volontari della val Badia e ha richiesto anche l’intervento del nucleo specializzato dei vigili del fuoco di Brunico. L’odore però non è stato causato da una fuga di gas come inizialmente si era temuto, bensì dal deposito illegale in discarica, sembra da parte di una ditta edile del posto, di una tanica da 10 litri, semivuota ma contenente ancora proprio il potente additivo «Scentinel E» individuato chimicamente come Mercaptano etilico che viene normalmente impiegato in percentuali ridottissime, proprio per conferire ai gas solitamente inodori, il caratteristico odore che aiuta ad individuarne le eventuali fughe. Se non è usato in soluzione, il Mercaptano etilico puro è classificato come una sostanza ad alta infiammabilità, con tossicità acuta per gli organismi acquatici e con lo stesso grado di pericolosità per la cute umana qualora ne venisse a contatto. La categoria di pericolosità cala di un grado, passando a 2a per l’irritazione oculare e di un altro grado in caso di ingestione mentre il solo odore, data l’altissima volatilità del prodotto, non provoca danni se non inalato puro. I vigili del fuoco della Val Badia sono risaliti abbastanza rapidamente alla fonte dell’allarme, dovuta ad una minima perdita della tanica depositata in discarica, informando i colleghi specializzati di Brunico che, di seguito, hanno provveduto alla neutralizzazione del prodotto ed alla sua custodia in un locale adeguato in attesa delle indagini dell’Autorità giudiziaria. Sull’allarme che si è logicamente diffuso in Alta Badia per l’accaduto, la Comunità comprensoriale di Brunico che gestisce la discarica di Col Maladet ha diffuso ieri un comunicato in cui, scusandosi per l’inevitabile fastidio dato alla puzza che persisterà ancora per qualche giorno, ribadisce però che la sostanza non costituisce alcun pericolo per la popolazione essendo proprio un rilevatore di gas mentre da parte sua anche la Sel ha ribadito l’assenza di qualsivoglia coinvolgimento nella vicenda, pur avendo fornito la sua assistenza nell’intervento.

L’allarme ambientale scattato presso la discarica “Col Maladët” di La Villa, gestita dalla Comunità comprensoriale della Val Pusteria, ha portato a tre denuncie all’autorità giudiziaria: la prima per il personale dell’azienda edile dell’Alta Badia che ha avviato allo smaltimento fuori norma la vecchia tanica contenente abbondanti residui del liquido tracciante tossico “Sentinel”, il mercaptano etilico usato per conferire il caratteristico odore ai gas combustibili in modo da poterne individuare eventuali perdite; e due per il personale operante in discarica che, in contravvenzione alle disposizioni che prevedono un particolare tipo di smaltimento con procedure ad hoc, ha accolto in discarica il rifiuto tossico e pericoloso che poi si sarebbe tentato di smaltire in modo quantomeno estemporaneo, semplicemente interrando la tanichetta fortemente maleodorante.

Un comportamento, quello delle persone denunciate, che però spazia dal procurato allarme fino allo smaltimento inadeguato di sostante pericolose, per cui la normativa in vigore prevede delle sanzioni di carattere penale che ora, chiusa la fase di indagine, spetterà al giudice applicare in sede di valutazione.

Insomma, se quanto appena descritto accade anche nell’integerrimo Alto Adige, non possiamo di certo dormire sonni tranquilli con la discarica di Roncigliano, la quale presenta simili criticità della discarica dell’Alta Badia, la quale è clamorosamente posizionata a monte di una vallata meravigliosa (noto luogo di vacanza) con rischi per le falde acquifere di molti paesi posizionati a valle del medesimo comprensorio.

Il caso è stato lungamente trattato stamani anche da Uno Mattina (Rai uno) con la testimonianza di “Luca” residente della zona. Gli interessi alevati afferenti lo smaltimento di rifiuti ha consigliato a questo onesto cittadino di non mostrare il viso nel corso della popolare trasmissione televisiva.

Questa vicenda dimostra ancora una volta quanto le discariche non rappresentino un modo sicuro e sostenibile per smaltire i rifiuti.


Federambiente: “Servono altri aiuti pubblici agli inceneritori”

_La richiesta può sembrare una boutade, l’ennesima di Federambiente, soprattutto considerato il delicato momento economico. L’incenerimento dei rifiuti è un business drammatico per territori e popolazioni, le esternalità negative di un impianto di incenerimento vanno ben oltre l’area prossima allo stesso. Cose ormai note. Soprattutto, è un business che non sta in piedi. Ed ecco inserirsi, ancora e non a caso, la richiesta di Federambiente. Questi moderni dinosauri nel trattamento rifiuti vivono (pochi lo sanno) grazie ai soldi dei contribuenti italiani, fondi illegittimamente distratti grazie al vecchio Contributo Interministeriale Prezzi ai soldi che sarebbero dovuti andare alle vere fonti rinnovabili e pulite, lo scopo originario e nobile era infatti quello di mettere l’Italia in condizioni di recuperare una parte del gap con gli altri paesi europei in fatto di energia pulita. E invece? Invece no. Miliardi di Euro della nostra bolletta Enel finiscono non alle fonti alternative come previsto, ma ad alimentare una forma di speculazione assassina: gli inceneritori, appunto. E Federambiente chiede ancora di aprire la cassa di un Paese che già soltanto con la bonifica di intere porzioni di territorio (che non possiamo permetterci di perdere) potrebbe dare lavoro a migliaia e migliaia di persone. Imprenditori da quattro soldi come Manlio Cerroni non costruirebbero nulla senza il famigerato CIP 6 e, ad esempio, ai Castelli Romani non si parlerebbe ancora di inceneritore a tutti i costi, così come in altre parti d’Italia, senza i finanziamenti pubblici. Negli altri stati Ue questi mostri non sono finanziati dal pubblico, a volte le tonnellate portate a combustione sono addirittura tassate. In Italia non è così. Imprenditori privati che vivono ed operano con i soldi dei contribuenti, senza rischiare niente o quasi di tasca loro. Mediocri assaltatori di una diligenza ancora da rapinare e sempre più vicina alla bancarotta volontaria.

_Senza incentivi pubblici agli inceneritori, “la situazione degli investimenti è in stagnazione, pochi termovalorizzatori sono stati costruiti negli ultimi cinque anni e praticamente nessun nuovo impianto è stato programmato”. Federambiente, l’associazione che riunisce le aziende del settore rifiuti, presieduta da Daniele Fortini, amministratore delegato della municipalizzata di Napoli (Asia), va alla carica. E chiede che il Parlamento preveda nuovi aiuti pubblici all’incenerimento di rifiuti, come si legge nella bozza di un documento destinato alla Commissione bilancio che ilfattoquotidiano.it ha potuto visionare.

Una richiesta che arriva nonostante tra il 2007 e il 2008 la normativa sugli intentivi all’incenerimento dei rifiuti attraverso i cosiddetti “Cip6” e i “Cerificati verdi” sia stata rivista, a seguito delle indicazioni dell’Unione Europea che già aveva aperto procedimenti d’infrazione contro l’Italia. Rispettando sia le norme Ue che il Trattato di costituzione dell’Ue in tema di libera concorrenza, erano stati così banditi gli aiuti economici alla combustione della parte non biodegradabile dei rifiuti. Una decisione che aveva soddisfatto le richieste delle associazioni ambientaliste, tra cui Greenpeace e Wwf.

Senza incentivi economici però il business degli inceneritori rischia di non essere conveniente. Una previsione confermata dal grido di allarme di Federambiente, che nel documento in preparazione pone “l’attenzione sulle difficoltà che stanno investendo gli impianti di termovalorizzazione realizzati, ristrutturati o ampliati nel periodo interessato dalle modifiche normative sul tema dell’incentivazione dell’energia da fonti rinnovabili e sull’individuazione delle procedure per il calcolo della parte rinnovabile”.

Da qui la richiesta di Federambiente di una “rapida approvazione dei criteri d’incentivazione previsti dal nuovo quadro normativo”. Federambiente nel suo documento parla di “investimenti di cui il paese ha drammaticamente bisogno”, riferendosi ai termovalorizzatori, senza fare cenno a tecniche di gestione dei rifiuti alternative. Come quelle del centro riciclo modello di Vedelago (Treviso), dove scarti plastici e cartacei un tempo non differenziabili vengono trasformati in sabbie sintetiche.

Nel documento, poi, Federambiente si prepara ad avanzare proposte che hanno lo scopo di rendere vana la contrarietà di Comuni e Province alla realizzazione di nuovi impianti (la provincia di Lucca ha recentemente programmato la chiusura di tutti gli inceneritori e lo stesso ha fatto quella di Reggio Emilia). Si legge nel documento: “Non esiste ad oggi alcuna credibile ‘sanzione’ per le amministrazioni che, pure a fronte della legittimità delle richieste di autorizzazione e della bontà dei progetti, rallentano o bloccano il processo autorizzativo per un malinteso e spesso ingiustificato senso del diniego precostituito a qualunque iniziativa che possa suscitare opposizione sul territorio”. Ecco allora la proposta dell’associazione: “Se una Provincia non rilascia l’autorizzazione o non fornisce un diniego motivato entro i tempi stabiliti, le subentra la Regione; se entro tempi prestabiliti il processo non è ancora concluso, i poteri degli enti locali sono surrogati dall’amministrazione centrale dello Stato”.

Sul piano politico intanto è già iniziata la battaglia. I consiglieri regionali del Movimento 5 Stelle di Emilia Romagna e Piemonte Giovanni Favia e Davide Bono stanno preparando mozioni dove chiedono alle rispettive Regioni “d’intervenire per bloccare questo scempio contro le norme Ue e l’autogoverno del territorio”. “Se riusciremo a trovare cinque firme, presenteremo anche un’ordine del giorno urgente – spiega Bono –. Per questo in Piemonte cercheremo l’appoggio anche di consiglieri di Prc, Sel e Idv. Non può passare una follia così. Comunque è chiaro che senza gli incentivi pubblici, cioè le nostre tasse, gli inceneritori crollano tutti”.


Borgo Montello, la discarica gestita da Gomorra

_(Fonte articolo, Il Fatto Quotidiano, clicca qui). La tenda nel suo giardino Carla non l’ha mai voluta smontare. E’ rimasta tra le piante curate e il gazebo per un intero anno. Di fronte al suo cancello di casa, appena attraversata la strada, l’immenso ventre della discarica di Borgo Montello rilascia l’odore nauseabondo, acre, insopportabile anche la domenica, quando i cancelli sono chiusi. Così avviene da trent’anni nella terra della bonifica e dei contadini veneti, della camorra che punta a Roma e dei silenzi sui traffici più immondi. Qualche giorno fa Carmine Schiavone – collaboratore di giustizia del processo Spartacus contro il cartello dei casalesi – ha voluto ricordare perché dalla provincia di Caserta si puntava su questo lembo di terra a settanta chilometri da Roma, alle porte di Latina: lì buttavamo anche rifiuti radioattivi, ha raccontato al quotidiano Il Tempo. “Era una nostra zona”, aveva già dichiarato fin dal 1993.

Per Carla quelle sette buche, cresciute da quando lei era appena una ragazza, sono sempre state il suo incubo quotidiano: “Qui buttano la monnezza dell’intera provincia, ed è un inferno. Sapere poi che in fondo ci sono anche i rifiuti tossici è insopportabile”.

Dopo la morte del padre, colpito da un tumore, ha deciso di vivere come forma estrema di protesta in una tenda nel suo giardino. Ha steso gli striscioni sui cancelli, a una decina di metri dall’ingresso dell’invaso, dove arrivano i camion da Latina. Non è accaduto nulla. Dopo anni di proteste ha ottenuto solo una proposta che definisce umiliante, contenuta in due fogli firmati da Bruno Landi. Ovvero l’ex politico del Psi che da presidente della Regione Lazio ha sempre autorizzato le “emergenze” di Borgo Montello, negli anni ’90, e che oggi amministra la Ecoambiente, uno dei due gestori dell’invaso. Landi gli ha offerto 1400 euro al mese, fino al riempimento delle buche. Un indennizzo? No, “un puro atto di cortesia”, si legge sul contratto che la Ecoambiente le ha mandato.

Tutto era iniziato un po’ alla buona, negli anni ’70, quando un imprenditore locale, Proietto, aveva aperto la sua tenuta ai rifiuti. Poi, secondo il racconto di Carmine Schiavone, qui era nata la prima Gomorra dei rifiuti industriali: per ogni bidone il clan riceveva cinquecento mila lire, ha raccontato nel 1996 ai carabinieri. Fusti interrati almeno fino alla fine degli anni ’80. E poi scarti dell’industria farmaceutica, come racconta Sergio un cacciatore che scalava le montagne di fiale abbandonate per raggiungere le prede: “Interi Tir, una quantità enorme”. La discarica – che nel frattempo era divenuta l’unica nella zona sud di Roma, grazie ad una serie di ordinanze regionali – era cresciuta a dismisura. E abusivamente, visto che l’intera zona era inserita nel Prg di Latina come area agricola.

Tutti qui ricordano i camion che arrivavano la notte da Ferrara, da Lucca, dal nord industriale alla ricerca di sversatoi dove abbandonare le scorie. I Casalesi non avevano ancora firmato il patto del 1989, l’accordo che apriva le porte all’agro di Caserta. Ma erano già qui, con diverse terre comprate proprio di fianco alla discarica e oggi acquistate dall’Indeco del gruppo Grossi, il re delle bonifiche arrestato per Santa Giulia a Milano che a Borgo Montello gestisce la metà dell’invaso. La notte, raccontano i contadini, sentivi il rumore dei bidoni rotolare nelle scarpate, di fianco al fiume Astura. Viaggi silenziosi, viaggi ricchi, camion gestiti dalla prima gerenza dei clan, quando ai vertici del cartello c’erano ancora i Bardellino, come ricorda Schiavone.

La provincia di Latina, guidata da Armando Cusani, del Pdl, non ha mai voluto realmente approfondire fino in fondo il traffico di veleni nel sud pontino. Il Comune, quando l’Enea dimostrò la presenza di masse metalliche, parlò di vasetti di omogeneizzati scaduti interrati nel vecchio sito. Persino l’omicidio del vecchio parroco, don Cesare Boschin, trovato incaprettato nel 1995 dentro la sua canonica è rimasto senza colpevoli e senza testimoni. “Don Cesare era un prete all’antica – raccontano i parrocchiani – e la domenica girava casa per casa, vendendo le copie di Famiglia Cristiana. E le donne gli raccontavano tutto, anche degli strani viaggi compiuti dai figli, portando i bidoni”. Il vecchio prete annotava e denunciava. Fino al giorno del suo omicidio, quando dalla canonica sparirono solo due agende. Oggi l’associazione Libera di Don Ciotti chiede la riapertura delle indagini sull’omicidio. E un passo avanti nella ricerca della verità è stato fatto: la Regione Lazio ha dato, finalmente, il via libera a un finanziamento di 850mila euro che entro la fine del 2012 dovrà stabilire, grazie anche ad una commissione di esperti, se e cosa è sepolto sotto metri e metri di terra.

 


Inquinatori sì, ma prescritti. In fumo l’inchiesta “Gomorra”

_(Fonte articolo La Stampa, clicca qui) C’erano almeno un milione di buone ragioni per portare davanti al giudice quelle 95 persone. Tante quante le tonnellate di rifiuti speciali che secondo gli investigatori vennero prelevate dal Veneto e dal Piemonte e seppellite in ogni anfratto della provincia di Caserta, ma anche in Umbria, nel Lazio, in Sardegna, in Puglia e in Calabria. Eppure, una volta lì, il gup di Santa Maria Capua Vetere Giovanni Caparco non ha potuto fare altro che emettere una sentenza di non luogo a procedere. Il che significa che per quelle indagini iniziate dodici anni fa non ci sarà nessun processo.

Quasi tutti i reati contestati, infatti, sono finiti per essere cancellati dal tempo e anche le accuse più gravi sono state nel corso degli anni derubricate in reati minori «inghiottiti», a loro volta, dalla prescrizione. «Cassiopea», come fu ribattezzata l’inchiesta, venne salutata da tutti come l’alba di una nuova era di contrasto ai reati ambientali. E, nei fatti, così è stato. Basti pensare che prima delle indagini del Nucleo operativo ecologico di Caserta guidati dall’allora pubblico ministero Donato Ceglie, il traffico illecito di rifiuti non era neanche contemplato nel codice penale e lo si contrastava con delle semplici contravvenzioni. Roberto Saviano ha dedicato ampie pagine del suo «Gomorra» alla rivoluzione partita dagli uffici della Procura di Santa Maria Capua Vetere. Era il 1999: tutto iniziò dopo un controllo effettuato dai carabinieri in un’azienda di conglomerati bitumosi ubicata in provincia di Napoli. Fu quello il primo tassello che portò poi nel 2002 alla richiesta di 98 ordinanze di custodia cautelare a carico di imprenditori, trasportatori, faccendieri, titolari di cave dismesse e affini. Tutti quelli che secondo la Procura avevano «tombato» rifiuti vicino a corsi d’acqua e accanto alle coltivazioni di frutta e verdura.

Una ventina di viaggi alla settimana, così come documentato dai carabinieri, treni di Tir carichi di scorie il cui rischio cancerogeno, è stato accertato, era particolarmente alto. Dalle polveri da abbattimento dei fumi delle industrie siderurgiche e metallurgiche alle ceneri da combustione di olio minerale. In tre anni di indagini gli investigatori scoprirono un’organizzazione in grado di «collocare» a prezzi stracciati qualsiasi tipo di rifiuto. Utilizzando un meccanismo diabolico nella sua semplicità: le scorie venivano prelevate dal produttore e depositate presso un centro di stoccaggio, qui la sostanza veniva declassata della sua pericolosità «semplicemente» cambiando la dicitura del rifiuto sulle bolle d’accompagnamento. E poi «scompariva». Seppellita come la speranza di una vita normale per le migliaia di persone che vivevano accanto a questi depositi o mangiavano la frutta e la verdura nata sui campi «concimati» dalle melme acide e dai solventi industriali. Nel 2003 fu avanzata la prima richiesta di rinvio a giudizio a carico degli indagati: da allora tutto si è mosso lentamente, troppo.

Anzi, come in un perverso gioco, si è tornati spesso al punto di partenza. Come nel 2005, quando il giudice del tribunale di Santa Maria Capua Vetere ravvisò in quelle contestazioni gli estremi del reato di associazione mafiosa. Per questo si dichiarò incompetente spedendo il fascicolo a Napoli, sede della Direzione Distrettuale Antimafia. All’esame delle carte però, il pubblico ministero della Dda valutò insostenibile in giudizio quell’accusa e ne propose l’archiviazione. Proposta accettata nell’ottobre dello stesso anno con contestuale ritorno degli atti a Santa Maria Capua Vetere. Basta poco a farsi trascinare dal vorticoso valzer delle udienze preliminari rinviate, figlie di competenze territoriali contestate, accuse sostenibili e non, difetti di notifiche e altro ancora: dal 17 ottobre 2008 (la richiesta del pubblico ministero è datata febbraio dello stesso anno), al 17 aprile del 2009 fino al 20 ottobre successivo e arrivando al gennaio del 2010 e così continuando fino al verdetto dell’altro giorno.


Confermato inquinamento intorno a inceneritore ‘Fenice’ a Melfi

_Segnaliamo questo interessante articolo per chi avesse ancora dubbi se gli inceneritori non inquinano.

Ora bisognerà capire chi pulirà e quanto costerà ai cittadini; ma sopratutto, capire quanto ha impattato sulla salute dei residenti e sui loro figli.

Buona lettura.

Basta inceneritori, basta discariche.

DIFFERENZIA-TI staff.


SISTEMA TELEMATICO SISTRI

Tanto rumore per nulla? Il SISTRI il nuovo sistema telematico di  tracciabilità  dei rifiuti destinato a soppiantare definitivamente i formulari cartacei e le dichiarazioni MUD, sembrava definitivamente abolito ma, invece, è solo sospeso e la sua entrata in vigore, stavolta senza ulteriori proroghe, scatterà da Febbraio 2012.

Come l’araba fenice, infatti, il SISTRI è risorto dalla ceneri della Manovra bis, approvata al Senato con voto “bloccato” di fiducia, ed in arrivo anche alla Camera. E con il nuovo maxi emendamento di modifica al decreto 138/2011, si prevede una “verifica tecnica delle componenti software ed hardware“, dopo l’approvazione della Manovra in Gazzetta Ufficiale e, comunque, fino al 15 dicembre. Lo scopo è quello di rendere finalmente e pienamente operativo il sistema, a partire appunto al 9 Febbraio 2012. C’è, però, un’eccezione, per le aziende con meno di dieci dipendenti: l’entra in vigore è il 2 Giugno 2012. Nel perido transitorio di verifica delle componenti tecnologiche verranno organizzati nuovi test di funzionamento, in collaborazione con le associazioni di categoria.

Entro 90 giorni dall’entrata in vigore della legge di conversione della Manovra finanziaria, pensando soprattutto alle piccole aziende, è prevista poi la individuazione di “specifiche tipologie di rifiuti alle quali - in considerazione della quantità e dell’assenza di specifiche caratteristiche di criticità ambientale – sono applicate, ai fini del sistema di controllo di tracciabilità dei rifiuti, le procedure previste per i rifiuti speciali non pericolosi».Le aziende che producono solo rifiuti soggetti a ritiro obbligatorio, potranno delegare “delegare la realizzazione dei propri adempimenti relativi al SISTRI ai consorzi di recupero“.

 

 

Il Ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo, insieme ad alcune dichiarazioni, ha fornito tutti i numeri del SITRI, e del suo accidentato iter di approvazione:  ad oggi, il SISTRI è costato 5 mln di euro, quelli stanziati dal precedente governo, più i 70 mln spesi dalle aziende per abbonarsi e acquistare i macchinari indispendabili dalla Selex: le chiavette Usb e le black box. Sono 325.470 i soggetti già iscritti, 504mila le Usb e quasi 90mila le black box acquistate e si prevede un aumento del 10% di queste cifre entro il 9 Febbraio 2012.

Il Ministro Prestigiacomo ha parlato di una certa “reistenza”, da parte delle aziende, ad un maggiore controllo: “‘Forse avremmo dovuto accogliere fin dall’inizio le richieste che ci suggerivano di far partire il Sistri in maniera graduale” -ha però ammesso il Minstro- “Visto che abbiamo a che fare con un settore, quello dei trasporti e dei rifiuti, che non ha dimestichezza con i mezzi informatici”, ha aggiunto la Prestigiacomo.

LE REAZIONI

Le prime reazioni, però, non si sono fatte attendere: il presidente nazionale di Fai Conftrasporto, Paolo Uggè, sarebbe pronto, infatti, anche ad adire le vie legali contro il  Ministro dell’ Ambiente, Stefania Prestigiacomo. Secondo l’ associazione l’ applicazione del SISTRI non è completa e quindi il ripristino del sistema di tracciabilità dei rifiuti  è stato nuovamente bocciato dagli addetti ai lavori che non vedono di buon occhio la “clemenza” per le aziende di trasporto straniere, col rischio che proprio i vettori stranieri diventino i preferiti dalla malalvita: le ecomafie baseranno il proprio business propio là dove i controlli sono minori. Per Uggé, la Prestigiacomo cercherebbe di «coprire un fallimento colossale. Parlare di un “opportuno rodaggio” non è concepibile visto che il Ministero era pronto a partire già qualche giorno fa, ovvero il 1° settembre. Il presidente di Conftrasporto ha poi sottolineato come, nonostante il ministro ritenesse impossibile rinviare l’entrata in vigore del SISTRI, “ora i fatti dicono che il sistema è stato ancora una volta rinviato  e la signora ministro non potrà più agire di testa propria, ma dovrà concertarsi con altri ministeri e con le associazioni imprenditoriali“.  Conftrasporto, dunque, si dice “Pronta a scendere in campo con azioni legali e sindacali”, ritenendo inaccettabile “che nessuno, in Commissione al Senato abbia pensato a indicare nel documento la strada che porta a controlli sulle imprese di trasporto estere“.

La telenovela continua…

Differenziati terrà gli occhi bene aperti.

 

Fonte

www.greenme.it


Cercate a Latina le scorie dei Casalesi

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_(Fonte articolo, Terra, clicca qui) La scoperta della discarica di Casal di Principe è una sorta di scoperchiamento del vaso di Pandora. Le analisi dell’Arpa e della Asl dovranno datare con precisione l’epoca dell’immenso sversamento avvenuto alle porte della capitale del cartello dei Casalesi. Le immagini dei fanghi industriali ritrovati – analizzate da alcuni esperti – mostrano residui plastici ancora integri, che potrebbero far risalire quella discarica a tempi più recenti. Una possibilità che riaprirebbe il capitolo della storia dei viaggi tossici dal nord verso la provincia di Caserta.

Intanto il collaboratore di giustizia Carmine Schiavone – che dal 1993 in poi ha raccontato ai magistrati di diverse procure il sistema rifiuti dei clan – ha reagito duramente all’accostamento del suo nome con lo sversatoio di Casal di Principe. «Vogliono farmi martire», ha raccontato a Il Tempo domenica scorsa, in una lunga intervista. Respinge le accuse, aprendo però un nuovissimo fronte di indagini, che punta sul basso Lazio. Secondo il suo racconto, venuto da uno dei principali testimoni del processo Spartacus – condannato a 10 anni e mezzo di reclusione, con i benefici di legge – dopo il 1993 l’Enea avrebbe verificato la sua testimonianza sui traffici illeciti verso la discarica di Borgo Montello di Latina, confermando la presenza di sostanze pericolose e, probabilmente, radioattive. «Andammo sul posto con un elicottero partito da Pratica di Mare – ha raccontato Carmine Schiavone – c’erano anche i tecnici dell’Enea per verificare la radioattività. Mostrai i luoghi e alla fine dovemmo scappare, gli strumenti antinquinamento erano impazziti».

Il collaboratore di giustizia aveva già deposto il 13 marzo del 1996 davanti all’allora tenente colonnello del gruppo provinciale dei carabinieri di Latina Vittorio Tomasone. Otto pagine di verbale, fitte di indicazioni poi risultate preziose nelle indagini della Dda di Roma sulla penetrazione dei Casalesi nel sud pontino. «La provincia di Latina non può definirsi immune dal problema dei rifiuti smaltiti illecitamente», spiegò Schiavone. «Mi diceva Antonio Salzillo, ai tempi in cui faceva parte ancora del nostro gruppo, che lui operava con la discarica ufficiale di Borgo Montello – prosegue nel racconto – e in tale struttura faceva occultare bidoni di rifiuti tossici o nocivi». Quel racconto di Schiavone – fatto quindici anni fa – nel tempo è stato in buona parte completato da tanti elementi.

Nessuno, però, è mai andato a scavare nei sei invasi che compongono la discarica di Borgo Montello, nonostante gli indizi che sembravano convalidare la testimonianza del collaboratore di giustizia dei Casalesi. Secondo alcune analisi dell’Arpa Lazio – realizzate recentemente per il rilascio dell’Aia della discarica, attualmente funzionante – le falde acquifere risulterebbero contaminate. Non solo. Raccontano gli abitanti della frazione di Latina che quando, anni fa, il fiume Astura esondò, sulle sponde poste ai limiti della discarica di Borgo Montello apparvero i fusti. «Ricordiamo con chiarezza quelle immagini – spiega un abitante che chiede l’anonimato – che furono fotografate da un reporter di un giornale locale». Istantanee poi sparite.

Alla fine degli anni ‘90 vennero effettuati dei rilievi sull’area, che mostrarono la presenza di materiali ferrosi in profondità. Per il Comune di Latina – il primo gestore dell’invaso zero, il più antico – si poteva trattare di «vasetti di omogenizzati», scaduti ed interrati nella discarica. Ma nessuno ha mai potuto escludere la presenza dei fusti.

Carmine Schiavone – dopo la scoperta della discarica nella sua terra d’origine – ha deciso di riprendere il filo di quel racconto, aggiungendo alcune elementi importanti ed inediti. «Raccontai queste cose ai magistrati, alla commissione ecomafie e alla scuola superiore di Polizia fin dal 1993», ha spiegato nella sua intervista uscita domenica scorsa. Il 1993 è l’anno dell’inchiesta Adelphi, il filone d’indagine della Dda di Napoli che scoprì il grande traffico di rifiuti verso la Campania, nato da un accordo stretto alla fine degli anni ‘80 tra i clan del casertano con le grandi industrie chimiche, i principali produttori dei rifiuti pericolosi.

Lo sversamento verso il Lazio, spiega Schiavone, aveva visto come mediatore «un esponente della massoneria targata P2». Un passaggio importante, che è possibile ricollegare alle sue dichiarazione del 1996: «Chianese (l’avvocato oggi ai domiciliari, accusato di essere l’ideatore delle ecomafie in Campania) ha introdotto Gaetano Cerci negli ambienti della P2 di Gelli – raccontò il collaboratore ai carabinieri di Latina – e mi risulta che il Cerci frequentasse la casa di Gelli, al pari dell’avvocato Chianese». Uno snodo tra gli ambienti dei casalesi e la massoneria che l’inchiesta Adelphi aveva indicato come il punto di contatto tra il mondo imprenditoriale del nord Italia con le cosche campane.

Se le ultime dichiarazioni di Schiavone fossero confermate, si potrebbe aprire un nuovissimo fronte d’indagini sulla discarica di Borgo Montello, con risvolti anche istituzionali. Occorrerebbe capire, ad esempio, perché dal 1993 ad oggi nessuno è mai andato a verificare in profondità cosa si cela nel ventre dell’invaso che serve i comuni della provincia di Latina. Molte istituzioni, poi, dovrebbero rendere noti gli studi realizzati sulla zona, ad iniziare dall’Enea, chiamata in causa dal collaboratore di giustizia. C’è infine la mancata bonifica. Secondo Carmine Schiavone l’intervento sarebbe costato 26 miliardi di lire e non sarebbe mai stato realizzato per mancanza di fondi: e così «era meglio che lo scandalo non uscisse fuori», assicura l’esponente dei Casalesi.


«Nel Pontino i rifiuti della camorra»

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_ (Fonte articolo, Il Tempo, clicca qui) «I rifiuti tossici portati dalla camorra dei Casalesi hanno inquinato anche il ventre di Latina, avvelenando pure il Basso Lazio. Io non ero d’accordo coi miei del clan, rovinavano la vita dei nostri figli. E mi sono pentito». È un fiume di rabbia e parole il vecchio capo dei Casalesi Carmine Schiavone, 68 anni, storico collaboratore di giustizia che a partire dal marzo del ’93 ha svelato ai magistrati campani i segreti della criminalità organizzata di Casal di Principe, nel Casertano, consegnando le chiavi per chiudere in gabbia molti affiliati finiti nel processo Spartacus. La camorra quali veleni ha nascosto sotto la terra pontina? «Rifiuti tossici e fanghi inquinanti provenienti dalle società del Nord, ma anche da Svizzera, Francia e Germania. Nei primi del ’90 seppi che i miei uomini e mio cugino Sandokan si erano buttati in questo affare sciagurato, sia in Campania, a Casal di Principe, che in altre zone, per esempio il Basso Lazio. Come teste di ponte dei loro traffici usavano le famiglie Nuvoletta, i Mallardo, mentre gli intermediari delle ditte erano teste di legno e soprattutto un esponente della massoneria targata P2». Queste cose le ha mai dette agli inquirenti? «Certo, sin dal ’93: ai magistrati, alla Commisione parlamentare ecomafia, alla Scuola superiore di polizia. Ho fornito il nome della società colluse e anche il numero di targa dei camion. Andammo sul posto con un elicottero partito da Pratica di Mare. C’erano anche tecnici dell’Enea per verificare la radioattività». E poi? «Mostrai i luoghi e alla fine dovemmo scappare: gli strumenti antinquinamento erano impazziti. In seguito gli esperti dissero che pr bonificare le aree servivano 26 miliardi delle vecchie lire. E visto che non erano a disposizione allora era meglio che lo scandalo non uscisse fuori». Perché ha voluto denunciarlo adesso pubblicamente? «Perché vogliono farmi martire. L’altro giorno si è parlato della discarica abusiva dei Casalesi scoperta nel terreno della Curia. E voglio ribadire le cose come sono andate. Non ero d’accordo, non volevo che si facessero i soldi con quella schifezza. Si dovevano riempire le cave con gli inerti ma non con quella roba. E invece. Oggi qualcuno mi accusa, anche sulla stampa campana. Ma non c’entro. Mi sono pentito per questo. Non sono un camorrista, sono un uomo d’onore della mafia campana».


Possibili conseguenze delle discariche

Conseguenze del collasso delle discariche sull’isola di Andros

Interrogazione parlamentare 29 aprile 2011

Interrogazione con richiesta di risposta scritta
alla  Commissione
Articolo 117 del regolamento
Theodoros Skylakakis   (PPE)

Il 4 febbraio 2011 forti precipitazioni hanno trascinato centinaia di migliaia di tonnellate di rifiuti sulla spiaggia di Schinias, sull’isola di Andros. I rifiuti (costituiti da macerie, rifiuti domestici, reflui tossici della società greca DEI, Public Power Corporation, materiale di scarto proveniente da pile e lavorazioni a macchina, rifiuti di plastica ecc) sono stati riversati in mare dalla discarica situata a Stavropeda.

Il sito di smaltimento dei rifiuti, l’unico sull’isola, consiste in un burrone che raccoglie tutti i rifiuti prodotti ad Andros (tra le 10 e le 40 tonnellate al giorno, a seconda della stagione).

Il collasso delle discariche ha causato un disastro ecologico. Sono state stimate migliaia di tonnellate di rifiuti sparsi in un raggio di almeno 100 metri sulla spiaggia di Schinias, nonché in mare, creando un pericolo per la salute pubblica e mettendo a repentaglio gli ecosistemi marini e la catena alimentare, mentre il vicino sito archeologico di Strofila potrebbe essere influenzato negativamente dalle operazioni volte a porre rimedio alla situazione.

Alla luce di quanto esposto, può la Commissione rispondere ai seguenti quesiti:

(a) Sono gli Stati membri tenuti ad attuare la normativa dell’UE in materia di discariche entro il 16 luglio 2001?
(b) È il sito in questione ancora utilizzato per lo smaltimento dei rifiuti?
(c) La gestione dei rifiuti è stata per lungo tempo un problema sull’isola di Andros, tuttavia non è stata adottata alcuna azione decisiva al fine di trovare una soluzione giuridica:

Hanno le autorità greche informato la Commissione circa la situazione ad Andros, l’esatta portata della catastrofe (quantità e tipologia di rifiuti, zona di mare interessata) e hanno adottato misure adeguate in risposta alla situazione?

Nel caso di specie, sono state adottate misure in conformità della direttiva del Consiglio 1999/31/CE relativa alle discariche di rifiuti e di tutte le altre normative dell’UE in materia di gestione dei rifiuti, in particolare la direttiva quadro sui rifiuti?

Quali misure intende la Commissione adottare in risposta a:

(a) l’incapacità di applicare correttamente la legislazione dell’UE riguardante la situazione ad Andros e

(b) la necessità di contenere l’impatto ecologico del collasso delle discariche?

Riportiamo la summenzionata interrogazione, nella speranza che ci sia maggior controllo e responsabilità politica circa lo status drammatico in cui vertono le discariche italiane. Situazioni come quella verificatasi sulla spiaggia di Schinias, sull’isola di Andros, potrebbero verificarsi anche a Roncigliano, così come in tutti quei siti in deroga, laddove si continuano ad ammassare tonnellate e tonnellate di rifiuti. Tale pericolo può assumere tinte drammatiche, se pensiamo alle tante, troppe discariche illegali sparse per tutta la penisola.

La speranza è che ci sia sempre più la giusta sensibilità verso l’interesse generale di chi vive il territorio e, soprattutto, che si sappia cogliere un giusto dibattito preventivo sui pericoli reali, senza attendere che si chiudano le stalle quando i buoi sono ormai fuggiti. Le potenti ecomafie sono in grado di condizionare determinate scelte che non siano indirizzate verso il riciclo, il riuso, la riduzione e quindi la raccolta differenziata dei rifiuti.

Non delegare, occupati del territorio in cui mangi, bevi, respiri, più semplicemente occupati del territorio in cui vivi!


L’ecomafia non conosce crisi

> ATTENZIONE: 18 GIUGNO ORE 15:30 PIAZZA MAZZINI, ALBANO LAZIALE, CORTEO CITTADINO CONTRO L’INCENERITORE E CONTRO L’AMPLIAMENTO DELL’ILLEGITTIMA DISCARICA DEI CASTELLI ROMANI. LA CITTADINANZA TUTTA E’ CHIAMATA ALLA PARTECIPAZIONE MASSICCIA. PARTECIPA E PASSAPAROLA.

_Nel 2010 le organizzazioni criminali hanno incassato 19,3 miliardi di euro. Fra i traffici più vistosi i rifiuti, l’abusivismo edilizio, le frodi alimentari e i furti di opere d’arte. Campania sempre in testa alla classifica dell’illegalità ambientale  seguita da Calabria, Sicilia e Puglia. Ma crescono gli illeciti anche in Lombardia

ROMA - Come un virus, con diverse modalità di trasmissione e una micidiale capacità di contagio. Avvelena l’ambiente, inquina l’economia, mette in  pericolo la salute delle persone, uccide in maniera brutale. Può nascere in provincia di Caserta o di Reggio Calabria, riprodursi a Milano, entrare in simbiosi con altre cellule a Berlino e Amsterdam, saldare il suo Dna con ceppi lontani, fino a Hong Kong. Nell’Italia che fa fatica a uscire dalla crisi c’è un’organizzazione che gode di ottima salute. E’ l’ecomafia, che non manca di liquidità perché nessuno si può rifiutare di pagare. Non ha bilanci in sofferenza perché, se nel 2010 gli incassi sono stati di poco inferiori rispetto all’anno precedente (19,3 miliardi di euro contro i 20,5 del 2009), è pur sempre in attivo.  E’ il ritratto che emerge da “Ecomafia 2011″, il rapporto curato da Legambiente  per i tipi di Edizioni Ambiente e presentato oggi a Roma nella sede del Cnel.

L’INTERATTIVO

Nell’anno delle celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia, c’è un’altra strada che unisce il nostro Paese da un capo all’altro. È quella della criminalità ambientale: un cammino fatto di 82.181 tir carichi di rifiuti, uno dietro l’altro, lungo 1.117 chilometri, più o meno da Reggio Calabria a Milano. Un’interminabile autocolonna immaginata sommando i quantitativi di ‘monnezza’ (2 milioni di tonnellate) sequestrati solo in 12 delle 29 inchieste per traffico illecito di rifiuti messe a segno dalle forze dell’ordine nel corso del 2010. Ben 540 campi da calcio, invece, possono rendere l’idea del suolo consumato nel 2010 dall’edilizia abusiva, con 26.500 nuovi immobili stimati. L’equivalente di un’intera città illegale, con 18.000 abitazioni sorte dal nulla.

I numeri. Sono ben 290 i clan impegnati nel business dell’ecomafia censiti nel rapporto di Legambiente, 20 in più rispetto al 2009; 19,3 miliardi di euro invece è il giro d’affari stimato per il 2010. Nel complesso, la Campania continua a occupare il primo posto nella classifica dell’illegalità ambientale, con 3.849 illeciti, pari al 12,5% del totale nazionale, 4.053 persone denunciate, 60 arresti e 1.216 sequestri, seguita dalle altre regioni a tradizionale presenza mafiosa: nell’ordine Calabria, Sicilia e Puglia, dove si consuma circa il 45% dei reati ambientali denunciati dalle forze dell’ordine nel 2010. Un dato significativo ma in costante flessione rispetto agli anni precedenti, in virtù della crescita, parallela, dei reati in altre aree geografiche. Si segnala, in particolare, quella Nord-Occidentale, che si attesta al 12% a causa del forte incremento degli illeciti accertati in Lombardia.

In totale i reati accertati sono stati 30.824, con un incremento del 7,8% rispetto al 2009: più di 84 al giorno, 3,5 ogni ora. Gli illeciti relativi al ciclo illegale di rifiuti (dalle discariche ai traffici illegali) e a quello del cemento (dalle cave all’abusivismo edilizio) rappresentano da soli il 41% sul totale, seguiti dai reati contro la fauna, (19%), dagli incendi dolosi (16%), da quelli nella filiera agroalimentare (15%). Dietro questi numeri c’è l’impegno di tutte le forze dell’ordine: Corpo forestale dello Stato, Comando tutela ambiente dei carabinieri, Capitanerie di porto, Guardia di finanza, Agenzia delle dogane e in particolare l’ufficio antifrode contro i traffici internazionali di rifiuti e di specie protette, Polizia di Stato e polizie provinciali.

I rifiuti tossici. Il 2010 è un anno da record per le inchieste sull’unico delitto previsto dal Testo Unico Ambientale  (art. 260 Dlgs 152/06), quelle contro i professionisti del traffico illecito di veleni: sono state ben 29, con 61 persone arrestate e 597 denunciate e il coinvolgimento di 76 aziende. Sempre nel corso del 2010, le forze dell’ordine hanno accertato circa 6.000 illeciti relativi al ciclo dei rifiuti (circa un reato ogni 90 minuti). La classifica a livello nazionale è guidata, anche in questo caso, dalle quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa (nell’ordine Campania, Puglia, Calabria e Sicilia), ma cresce anche il numero di reati accertati nel Lazio e in Lombardia. Il fenomeno si è ormai allargato a tutto il Paese, consolidandosi in strutture operative flessibili e modulari, in grado di muovere agevolmente tonnellate di veleni da un punto all’altro dello stivale. E spesso la destinazione finale è all’estero. L’Agenzia delle dogane ha inoltrato alle autorità competenti più di 100 notizie di reato per traffico internazionale di rifiuti e ha sequestrato nei porti italiani ben 11.400 tonnellate di rifiuti industriali. Il 60% di questi diretti in Cina, il 12% in Corea del Sud, il 10% in India, il 4% in Malesia e così via.

Il ciclo del cemento.
In campo edilizio, nel 2010 sono stati accertati 6.922 illeciti, con 9.290 persone denunciate, più di una ogni ora. La Calabria è la prima regione come numero d’infrazioni (945) seguita dalla Campania, dove si registra il maggior numero di persone denunciate (1.586), e dal Lazio. Secondo le stime del Cresme, nel 2010 sono stati 26.500 i casi gravi di abusivismo, tra nuove costruzioni (18.000), ampliamenti e cambiamenti di destinazioni d’uso. Lungo le coste della Calabria, regione con il 100% dei Comuni interessati da aree a rischio idrogeologico solcata da torrenti e fiumare, è accertato un abuso ogni 100 metri, 5.210 in tutta la regione e 2.000 nella sola provincia di Reggio Calabria. Secondo dati del Cnr, anche la Campania dal 1950 al 2008 è stata fra le regioni più colpite da eventi franosi, che hanno causato 431 morti, e da inondazioni con 211 vittime. Ebbene, in un così fragile territorio in dieci anni sono state realizzate 60.000 case abusive, 6.000 ogni anno, 16 al giorno.

L’agromafia. Anche le frodi alimentari sono state al centro dell’intenso lavoro di tutte le forze dell’ordine, in particolare del Comando carabinieri per la tutela della salute e del Nucleo agroalimentare del Corpo forestale. Nel 2010 sono state 4.520 le infrazioni accertate nel settore, 2.557 le denunce e 47 gli arresti; mentre il valore dei sequestri ha raggiunto una cifra che supera i 756 milioni di euro. Il maggior numero di reati è stato riscontrato nel settore delle carni e allevamenti (1.244), della ristorazione (1.095) e dei prodotti alimentari vari. Le strutture chiuse e sequestrate sono state 1.323 con il ritiro di quasi 24 milioni di chili/litri di merci. Secondo la Confederazione italiana agricoltori (Cia) il fatturato si aggira sui 7,5 miliardi di euro.

Le archeomafie. Il business dell’arte rubata ha incassato invece più di 216 milioni di euro, con 983 furti di opere d’arte (l’anno prima erano stati 1.093), quasi tre al giorno, accertati nell’ultimo anno per 20.320 oggetti trafugati (erano 13.219 nel 2009). Sono state indagate 1.237 persone e 52 sono state arrestate. Da segnalare anche i furti nel settore dei libri, documenti antichi e beni archivistici di rilevante interesse storico-culturale, a danno di istituti, enti e biblioteche pubbliche e private dove spesso gli ammanchi sono ignorati a causa dell’incompleta catalogazione e della estrema facilità di trasporto e parcellizzazione dei beni trafugati. Nel 2010 il numero di documenti e libri denunciati come sottratti è stato nettamente superiore a quello registrato nel 2009 (11.712 a fronte di 3.713). Da sottolineare gli ottimi risultati investigativi in fatto di recupero di oggetti d’arte: nel 2010 la cifra sale a quota 84.869, dei quali 79.260 provenienti direttamente da furti.

Il racket degli animali. Sempre nell’ultimo anno le forze dell’ordine hanno accertato 5.835 reati commessi contro la fauna, quasi 16 al giorno: un aumento del 13,2% rispetto al 2009 per un business che ogni anno si aggira intorno ai tre miliardi di euro ed è sempre più globalizzato. Secondo il Corpo forestale dello Stato, la stragrande maggioranza degli accertamenti, oltre 39.000, è avvenuta in ambito doganale a causa dell’espansione globale dei mercati orientali (a partire da quello cinese) con un volume d’affari illegale che supera ormai, a livello mondiale, i 100 miliardi di euro all’anno.

I collusi. A concludere affari con l’ecomafia è spesso un vero e proprio esercito di colletti bianchi e imprenditori collusi. Ampia disponibilità di denaro liquido da una parte, competenze professionali e società di copertura dall’altra hanno trovato nel business ambientale una perfetta quadratura, come spiega nel dossier di Legambiente il magistrato Roberto Scarpinato, che parla proprio di “sistemi criminali”, ossia network illegali complessi dei quali fanno parte soggetti appartenenti a mondi diversi: politici, imprenditori, professionisti, mafiosi tradizionali. E’ in questo ‘sistema’ che il virus si modifica, cambia strategia di diffusione, cerca di diventare invisibile agli anticorpi.

“Per combattere le ecomafie – conclude il presidente di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza – avevamo atteso con ansia il decreto col quale il governo avrebbe finalmente inserito i delitti ambientali nel codice penale. Purtroppo, a oggi, lo schema approvato rappresenta un’occasione mancata: nessuna possibilità di utilizzare le intercettazioni telefoniche e ambientali, niente rogatorie internazionali, tempi brevissimi di prescrizione”.


Ecomafie, “Serve una normativa urgente, nei dati ufficiali i veleni nemmeno esistono”

> ATTENZIONE: 18 GIUGNO ORE 15:30 PIAZZA MAZZINI, ALBANO LAZIALE, CORTEO CITTADINO CONTRO L’INCENERITORE E CONTRO L’AMPLIAMENTO DELL’ILLEGITTIMA DISCARICA DEI CASTELLI ROMANI. LA CITTADINANZA TUTTA E’ CHIAMATA ALLA PARTECIPAZIONE MASSICCIA. PARTECIPA E PASSAPAROLA.

(Fonte articolo, Il Fatto Quotidiano, clicca qui). Il traffico illecito di rifiuti? Il ministero dell’Ambiente non ne sa nulla. Nei suoi dati ufficiali, i veleni non esistono e l’Italia gestisce anzi più immondizia di quanti ne produca. E nel Paese, intanto, si fa largo la “strada dell’ecomafia”, un’immaginario percorso da Reggio Calabria a Milano coperto da più di 80mila tir carichi di rifiuti illeciti. Quelli che ogni giorno circolano in Italia o vengono esportati in Cina, per poi rientrare sotto forma di giocattoli o attrezzi. Ma sono anche gli spazi, grandi come 540 campi da calcio, occupati dalle abitazioni abusive del Paese. “Come un virus, con diverse modalità di trasmissione e una micidiale capacità di contagio”. Si tratta solo di una piccola parte del quadro ricostruito nel rapporto annuale di Legambiente sulla criminalità ambientale, ma che non figura nei rapporti dell’organo di ricerca del dicastero guidato da Stefania Prestigiacomo. Un business da più di 19 miliardi di euro solo nel 2010, in mano a quasi 300 clan. “Fenomeni che continuano a diffondersi senza incontrare adeguate resistenze – spiega Enrico Fontana, responsabile dell’Osservatorio ambiente e legalità dell’associazione -, approfittando di gravi sottovalutazioni, molte complicità e troppi silenzi”. Un’espansione “sempre più insidiosa” anche per il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, secondo cui “su tali fenomeni la vigilanza istituzionale deve essere particolarmente attenta per evitare pericolose forme di collegamento tra criminalità interna e internazionale, distorsioni del mercato e rischi per la salute dei cittadini”. Eppure l’Italia è ancora carente di una normativa adeguata, denuncia Legambiente. Un “piccolo passo positivo”, secondo il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, è stato fatto “con il coinvolgimento della Direzione nazionale antimafia con competenze specifiche in materia di rifiuti”. Dall’altro lato, però, ricorda ancora il procuratore, il ministero dell’Ambiente ha approntato il sistema Sistri per il trattamento dei rifiuti – utile a registrare i passaggi dal produttore allo smaltitore – che “non è ancora operativo per una serie di rinvii”.

In una situazione in cui la cattiva gestione dei rifiuti e il ciclo del cemento assorbono la metà degli illeciti ambientali compiuti in Italia, il governo è fermo al 1997. Quando, spiega nel dossier Vittorio Cogliati Dezza, presidente di Legambiente, è stata fatta la prima proposta di inserimento dei reati ambientali nel codice penale. Negli anni è arrivato solo un timido schema di decreto, osteggiato da Confindustria e che comunque non accoglieva i dettami delle direttive europee in materia. Che “chiedono sanzioni efficaci, proporzionate, dissuasive”, precisa Dezza. Al momento, invece, “per il reato di discarica abusiva e omessa bonifica l’ammenda sale da 2.600 euro a 26.000 – aggiunge il presidente -, per una cava abusiva o l’inquinamento dell’aria al massimo si arriva a 1.032 euro, per lo sversamento in corpi idrici di acque reflue industriali l’ammenda raggiunge i 52.000 euro. Mentre non si prevede nulla per i reati relativi al ciclo del cemento”. E la carenza normativa è evidente anche nell’assenza di organi istituzionali in possesso di dati ufficiali e verificati. Come l’Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale che fa capo al ministero dell’Ambiente. Secondo le indagini dell’istituto, in Italia non esisterebbe nessun giro illegale di rifiuti: un dato che si basa su autodichiarazioni delle ditte, fa notare Legambiente. Anzi, per il Sipra, vengono gestite 4,6 tonnellate di rifiuti in più di quelli che si producono. Una cifra che non è sballata dall’import di scorie altrui, ma da un metodo di raccola dei dati – sconsigliato dalla Ue, si dice nel dossier – che favorisce il rischio di duplicazione dei dati nei passaggi intermedi della vita del rifiuto: dalla raccolta allo stoccaggio, o riciclo. Insomma, i conti non tornano e in mezzo ci si perde la fetta illegale. “Sarebbe stato, invece, importante che l’Istituto fornisse i dati sulla quantità di rifiuti pericolosi effettivamente gestiti, un dato da sempre mancante”, si denuncia nel dossier.

Se resta difficile capire il volume reale dei traffici ambientali illegali, sicura è invece l’associazione riguardo ai responsabili. Circa 300 clan – venti in più rispetto al 2009 – con la collaborazione necessaria di “un esercito di colletti bianchi”. Personaggi con un “ampia disponibilità di denaro linquido da una parte – spiega Fontana -, competenze professionali e società di copertura dall’altra”. Per un volume di affari che solo nel 2010 è stato di 19,3 miliardi di euro, comunque in ribasso di 1,2 miliardi rispetto al 2009. Una fortuna costruita su più di 30mila illeciti accertati: 7,8 per cento in più rispetto al 2009. Una cifra che, rapportata al quotidiano, significa più di 84 reati al giorno, 3 e mezzo ogni ora. Tra questi, quasi la metà sono rappresentati dallo smaltimento illegale dei rifiuti e dal ciclo del cemento: i primi in crescita del 14 per cento rispetto allo scorso anno, i secondi in diminuzione a causa della crisi, ma solo di poche centinaia di interventi. L’“attuale abusivismo edilizio non è frutto di necessità e attacca le aree a maggior valore aggiunto”, si spiega nel dossier. L’altra metà delle violazioni ambientali è invece formata dal traffico internazionale di specie animali e vegetali, alterazioni agroalimentari, incendi dolosi. In cima alla non lusinghiera classifica ci sono ancora una volta le regioni con un tradizionale radicamento mafioso: prima tra tutte la Campania – con il 12,5 per cento del totale nazionale degli illeciti -, seguita da Calabria, Sicilia e Puglia. La loro incidenza è però diminuita. Frutto del contributo delle regioni del nord ovest, prima tra tutte la Lombardia: cresciuta rispetto allo scorso anno dal 9,8 per cento degli illeciti nazionali al 12 per cento.

Il 2010, riporta il dossier, è stato un anno record per le inchieste sul traffico dei veleni. Ogni ora e mezza, in Italia, viene compiuto un illecito relativo allo smaltimento dei rifiuti, per un totale di 6mila violazioni lo scorso anno. Circa 2 milioni le tonnellate di immondizia sequestrate in 12 delle 29 inchieste condotte. Di non tutte sono disponibili i dati, spiega Legambiente, e di certo si tratterebbe solo di una parte dei reali traffici nel Paese. In cui sono cambiate le rotte, “sempre più circolari, coinvolgendo tutte le regioni, con l’unica eccezione della Val d’Aosta e proiettandosi pure su scala mondiale”. Un business sempre più internazionale, con 10 inchieste condotte nel 2010 che hanno coinvolto 15 Paesi tra Europa, Asia e Africa. “Italia-Germania-Olanda-Hong Kong-Cina, un percorso tipico – spiega Legambiente -. Cinque, sei, sette passaggi per ogni carico, questa è la regola”. Gli scarti di plastica e carta sono diretti soprattutto in Cina, mentre i rottami ferrosi in Africa. “Escono rifiuti, entrano prodotti finiti”, ricorda l’associazione, come giocattoli o oggetti, spesso sequestrati perché tossici. La tecnica classica per coprire gli illeciti è quella del ‘giro bolla’: falsificare i codici che accompagnano gli scarti, così da rendere legale quello che non lo è. Almeno sulla carta. “I codici più esibiti dai trasportatori sono quelli relativi a materie prime seconde o imballaggi – si legge nel rapporto -, spesso solo un trucco per nasconde il traffico illegale di sostanze molto velenose”. Nello scorso anno l’Agenzia delle dogane ha inoltrato alle autorità competenti più di 100 notizie di reato per traffico internazionale di rifiuti e sequestrato nei porti italiani più di 11 tonnellate di rifiuti speciali e pericolosi. Più del doppio rispetto al 2009. Di queste, il 16 per cento riguarda ad esempio pneumatici fuori uso. Ogni anno, secondo le stime ufficiali, ne spariscono dalla contabilità 80mila. Più di 800 campi da calcio, in parte ritrovati in 1250 discariche abusive. Quando non vengono rivenduti nei mercati illegali o usati per bruciare altri rifiuti, più pericolosi. “Come nel Parco dell’Alta Murgia – racconta, il documento – dove uno di questi siti illegali era stato preparato come una torta: sotto l’amianto, poi scarti di varia tipologia e sopra i copertoni da bruciare”. Una perdita economica per lo Stato di 140 milioni di euro l’anno per il mancato pagamento dell’iva sulle attività di smaltimento e vendita illegale, senza contare i soldi spesi per lo smaltimento dei siti illegali smaltimento. A guidare la classifica delle regioni più esposte è ancora una volta il sud ma, dopo il Lazio al quinto posto, a soprendere è il negativo balzo in avanti della Lombardia: passata dal quattordicesimo posto del 2009 al sesto dello scorso anno. Colpa della “intraprendenza delle famiglie, soprattutto calabresi, nell’intera provincia milanese”, spiega Legambiente.

Una classifica in parte diversa quella che riguarda invece il ciclo del cemento. Con una media di 19 violazioni accertate al giorno nel 2010. Illeciti che riguardano in gran parte l’abusivismo che, lo scorso anno, è cresciuto al ritmo di più di 26mila casi gravi, secondo le stime del Cresme, istituto di ricerce specializzato nell’edilizia. Con 18mila nuove abituazioni costruite non a norma, mentre gli altri casi riguardano gli ampliamenti e i cambiamenti di destinazioni d’uso compiuti illegalmente. “Questa prassi devastante – denuncia Legambiente – rischia di trovare legalizzazione nelle premesse di condono degli esponenti politici della maggioranza di governo. Dallo stesso Berlusconi, a Napoli, in appoggio al candidato sindaco Lattieri”. Quando il premier, in vista delle elezioni amministrative, ha promesso lo stop agli abbattimenti delle costruzione abusive a Napoli. Ma il ciclo del cemento riguarda anche il calcestruzzo depotenziato: il cemento scadente usato per costruire, ad esempio, una serie di palazzine di edilizia popolare a Campagna, in provincia di Salerno, “destinate alle vittime del terremoto del 1980”. E sequestrate nei primi giorni di aprile. Ma la Campania, storicamente in testa alla classifica, quest’anno è stata superata dalla Calabria, dove gran parte degli illeciti riguardano gli appalti per l’autostrada. Non solo maxi inchieste, sottolinea l’associazione, nel settore sono diversi i segnali della criminalità nei cantieri autostradali. “E’ ottobre 2010 il mese più nero”, spiegano, quando si sono registrate la maggior parte delle intimidazione, dei furti, del ritrovamento dei finti ordigni. Al terzo posto è invece il Lazio, dove dal 2004 al 2009 si sono compiuti una media di 20 illeciti edilizi al giorno. “Il 22 per cento di questi – si specifica nel dossier – si concentra nei 23 comuni costieri della regione, in aree vincolate paesaggisticamente”. Resta invece prima tra le regioni del nord la Lombardia, ottava nella classifica generale. A preoccupare di più, però, è il fenomeno della costruzione delle case in zone ad alto rischio idrogeologico. In Calabria, dove tutti i comuni hanno delle aree a rischio, che ospitano torrenti e fiumare, il cemento abusivo ha coperto l’anno scorso gran parte della costa, facendo registrare un abuso ogni 100 metri. Si tratta di più di 5mila illeciti in tutta la regione e, tra questi, circa 2mila nella sola provincia di Reggio Calabria. E non va meglio in Campania dove, secondo il Cnr, frane e inondazioni hanno ucciso più di 600 persone dal 1950 al 2008. Eppure nella regione, in dieci anni, sono state costruite 60mila case abusive: 6mila all’anno, 16 al giorno.