Strage Eternit, tutti colpevoli
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- Eternit, picco previsto nel 2015, clicca qui.
_(Fonte articolo, clicca qui) Sedici anni di reclusione, pagamento delle spese processuali, risarcimenti ai familiari delle vittime e degli ammalati e interdizione dai pubblici uffici. E’ questo il contenuto della sentenza di primo grado del maxi processo Eternit, dove Stephan Schmidheiny, miliardario svizzero di 64 anni, è stato condannato insieme al barone belga Louis de Cartier, 90 anni, per disastro ambientale doloso e omissione dolosa di cautele antinfortunistiche. Il dispositivo fa però una distinzione tra gli stabilimenti italiani, dichiarandoli colpevoli per quanto riguarda Casale Monferrato e Cavagnolo (Torino), mentre il reato sarebbe estinto per prescrizione per gli stabilimenti di Rubiera, in Emilia Romagna, e Bagnoli, in Campania. Dopo aver pronunciato la sentenza di condanna per i due imputati, il giudice Giuseppe Casalbore ha letto i risarcimenti decisi per le parti civili e ha elencato tutti i familiari delle vittime per le quali la corte ha stabilito un risarcimento di 30mila euro per ogni congiunto e 35mila euro a testa per gli ammalati. La corte ha poi deciso un risarcimento di 100 mila euro per ogni sigla sindacale e per l’Associazione vittime dell’amianto, 25 milioni per il comune di Casale Monferrato, 4 milioni per il comune di Cavagnolo, 20 mln di euro per la Regione Piemonte e una provvisonale di 15 milioni per l’Inail. Alla lettura della sentenza, alcuni parenti delle vittime sono scoppiati in lacrime. Per i due, che sono stati alti dirigenti della multinazionale svizzera Eternit, l’accusa aveva chiesto una condanna a 20 anni di reclusione. Il processo è durato oltre due anni e si è articolato in 65 udienze. Ai dirigenti vengono contestate le morti di 2.100 persone e le malattie che hanno colpito altre 800 persone nelle zone degli stabilimenti di Casale Monferrato (Alessandria), Cavagnolo (Torino), Rubiera (Reggio Emilia) e Bagnoli (Napoli). Le parti civili che si sono costituite in giudizi sono oltre seimila. Per la procura di Torino gli imputati hanno “fornito e mantenuto in uso a privati ed enti pubblici materiali di amianto per la pavimentazione di strade, cortili, aie, o per la coibentazione di sottotetti di civile abitazione, determinando un’esposizione incontrollata, continuativa e a tutt’oggi perdurante, senza informare gli esposti circa la pericolosità dei materiali e per giunta – si legge nel capo d’accusa – inducendo un’esposizione di fanciulli e adolescenti anche durante le attività ludiche”. E, infine, il reato di disastro si è consumato anche nelle abitazioni dei lavoratori, proprio per aver omesso di organizzare al lavoro la pulizia degli indumenti, che gli operai portavano a casa, esponendo così familiari e conviventi all’amianto. Hanno “omesso di adottare i provvedimenti tecnici, organizzativi, procedurali, igienici necessari per contenere l’esposizione all’amianto (come impianti di aspirazione localizzata, adeguata ventilazione dei locali o procedure di lavoro atte a evitare la manipolazione manuale delle sostanze e sistemi di pulizia degli indumenti in ambito industriale), di curare la fornitura e l’effettivo impiego di apparecchi di protezione, di sottoporre i lavoratori ad adeguato controllo sanitario, di informarsi e informare i lavoratori circa i rischi specifici derivanti dall’amianto e le misure per ovviare a tali rischi”. La sentenza di Torino su Eternit interviene su quello che qualcuno ha definito ‘il processo del secolo’, durato due anni con 66 udienze e con un’impressionante quantità di vittime coinvolte: oltre 2.200 decessi dovuti all’amianto, 700 malati di asbestosi, oltre 6.000 costituzioni di parte civile e una platea di legali composta da 150 avvocati. L’epicentro della tragedia è stato proprio a Casale Monferrato che con i suoi 1.500 morti, tra lavoratori e cittadini, ha pagato il tributo più alto. E che purtroppo non si è ancora esaurito, visto che l’incubazione del mesotelioma può durare anche 30-40 anni. Ma Casale Monferrato non è l’unica realtà dove si muore di asbestosi, di mesotelioma o di tumore alla laringe per esposizione ad amianto. Secondo i dati Ispesl, complessivamente, in Italia, è possibile dimensionare il fenomeno dei decessi per malattie asbestocorrelate intorno ai 3.000 casi l’anno. E a morire non sono solo i lavoratori, ma anche le persone il cui unico torto è stato quello di abitare nelle vicinanza di un sito contaminato.
Questa mattina in aula, accanto al pool di pm che hanno sostenuto l’accusa (Raffaele Guariniello, Sara Panelli, Gianfranco Colace), c’era il procuratore capo di Torino, Gian Carlo Caselli. La maxi aula che ospita l’udienza ha una capienza di 250 posti ed era completamente piena. “Mi fa piacere l’attenzione per il processo – ha detto il giudice Giuseppe Casalbore, entrando in aula e rivolgendosi a fotografi e operatori tv – ma questa è un’aula di udienza, non un teatro”. Poi ha minacciato di allontanare tutti se non fosse calato il silenzio e ha intimato a un giornalista di togliersi il berretto.
Tra le prime reazioni della politica quella di Oliviero Diliberto, segretario nazionale del PdCI-Federazione della sinistra, secondo cui il verdetto di oggi rappresenta “un fondamentale punto di partenza”, perché “riconosce finalmente il danno prodotto dall’amianto all’uomo e all’ambiente e dimostra che l’amianto è un’emergenza internazionale”. Per il sindaco di Napoli Luigi De Magistris ha parlato di “sentenza molto importante”. Ed il ministro della Salute Renato Balduzzi ha commentato: “E’ una sentenza che senza enfasi si può definire davvero storica, sia per gli aspetti sociali che per gli aspetti strettamente tecnico-giuridici”.
Ma per l’ex operaio Eternit Pietro Condello, “35.000 euro non servono a nulla, neppure a curarsi, certo non cambiano la mia vita di una virgola. Ho l’asbestosi da 20 anni e l’unica cosa che posso fare è sperare di morire il più tardi possibile”. Condello ha lavorato per l’azienda dal 1966 al 1983, oggi era in Tribunale a Torino per ascoltare la sentenza del processo ai dirigenti della sua fabbrica ed era vestito con la tuta blu dell’Eternit, indossata, come in una sorta di rituale, in tutte le altre 66 udienze del processo fino a oggi. “Tanto – ha detto l’operaio – questa tuta io non me la dimenticherò mai. Nel mio reparto lavoravamo un tipo speciale di amianto blu che arrivava dall’estero e dicono che fosse tra i più pericolosi. Eravamo in 30 – ha concluso – siamo rimasti in due. Oggi qui ho sentito tutti i nomi dei miei 28 colleghi morti. Terribile!”. La sentenza del processo Eternit di Torino è stata trasmessa in diretta streaming su Internet sul sito Internet della provincia di Torino, quello dell’associazione dei familiari e delle vittime dell’amianto (Afeva.it) e qui in inglese.
_(Fonte articolo,clicca qui) C’era grande attesa questa mattina al palazzo di giustizia di Torino per la sentenza del processo Eternit. Lo svizzero Stephan Schmidheiny e il belga Luois de Cartier, proprietari in periodi diversi della società di produzione dell’amianto con 4 stabilimenti in Italia (Casale, Cavagnolo, Rubiera, Bagnoli), sono stati condannati per disastro ambientale doloso permanente e omissione dolosa di misure di sicurezza. Il pm Raffaele Guariniello ha chiesto per loro 20 anni di carcere per aver “agito e perseverato nell’agire” con la consapevolezza che avrebbero provocato una tragedia tra i lavoratori e gli abitanti dei comuni in cui sorgevano i loro stabilimenti. E la sentenza li ha condannati a 16 anni. Almeno 1800 le vittime e i malati nella sola Casale Monferrato, paese della provincia di Alessandria.
Sono arrivati da tutto il mondo per la sentenza, da Francia, Belgio, Inghilterra, Svizzera, Brasile. Le delegazioni di ex lavoratori e familiari, nella speranza che il caso italiano faccia giurisprudenza in tutto il mondo, anche dove l’amianto si lavora ancora, come in sud America. La legislazione francese non prevede l’imputazione penale per disastro ambientale doloso, né la possibilità di class action, perciò i tribunali sono intasati da più di 15mila cause civili. L’atmosfera dell’attesa, fin dalle prime ore del mattino, era tutta nei rappresentanti dell’associazione francese dei familiari, Andeva, che si sono lasciati fotografare davanti al Palazzo di giustizia con le dita alzate verso il cielo, in segno di vittoria. “Signor Stefhan Schmidheiny il vostro posto è in prigione” è scritto su un volantino distribuito dal comitato svizzero Caova.
“L’aspettativa è grande”, spiegava Romana Blasotti, presidente dell’Associazione familiari e vittime dell’amianto. “Ho passato la vigilia avendo in testa, negli occhi e nel cuore tutte le vittime casalesi. La nostra associazione conta 1700 famiglie. Forse, finalmente, anche per loro ci sarà un po’ di pace”. La signora Blasotti ha perso cinque familiari a causa della “polvere”, il nome con cui chiamano l’amianto a Casale, l’ultima è stata sua figlia. “Il pensiero di aver giustizia sarebbe per noi il coronamento di 30 anni di lotta. Penso in particolare alle nuove generazioni, a tutti i malati e le vittime di quest’anno, che continuano a crescere e hanno tutti più o meno la stessa età: sono i ragazzi che hanno giocato negli oratori, nei campi di football, per le strade, respirando l’aria di Casale”.
Di fronte al vertice dell’azienda Eternit, che si è concesso per anni il lusso del dubbio sugli effetti delle polveri killer, questa mattina hanno parlato le centinaia di familiari, giunti con i pullman dai comuni del casalese, ma anche dalla Campania e dall’Emilia Romagna, dove sorgevano le altre fabbriche. Ognuno di loro ha una storia, un lutto da raccontare. C’è anche chi si presenta con la tuta da lavoro, con tanto di logo dell’azienda incriminata. “Lavorare in Eternit era considerata una fortuna – racconta una signora – . Quando è morto mio padre la parola mesotelioma non la conosceva nessuno. Qua in aula gli imputati hanno detto che la colpa era degli operai che non si pulivano la tuta prima di tornare a casa”.
In aula, in prima fila, anche il Procuratore Gian Carlo Caselli e i sindaci con le fasce tricolori. I parenti si sono distribuiti in diverse aule, appositamente predisposte per contenere tutti. Per avere un’idea dei numeri basta pensare alle circa 6mila parti civili e 2857 parti lese. Ma sono intervenuti in molti, studenti e semplici cittadini, per manifestare solidarietà ai parenti. “Abbiamo sentito il calore che ci arrivava dalla presidenza della Repubblica fino al sindaco del più piccolo comune del casalese – dice il pm Guariniello – . Casale oggi rappresenta il mondo, perché nel mondo si è usato l’amianto. Ci sono tanti morti per causa d’amianto che finiscono negli archivi degli ospedali senza che nessuno faccia giustizia. Ecco, questo processo dimostra che è possibile fare giustizia. Le istituzioni hanno capito che questi sono processi di fondamentale importanza” .
Questa mattina, prima della sentenza, era prevista la replica dell’avvocato Zaccone, ma la difesa ha rinunciato.