Cip 6, la speculazione inceneritori
400 milioni di Euro pubblici originariamente destinate alle fonti rinnovabili e pulite finiscono in mano al privato Manlio Cerroni per produrre Diossina con il suo gassificatore.
Si chiama Cip 6 ed è una delibera del Comitato Interministeriale Prezzi adottata il 29 aprile del 1992 con la quale sono stabiliti prezzi incentivati per la produzione di energia elettrica derivante da fonti rinnovabili.
Così come originariamente previsto, il contributo Cip 6 aveva una finalità generalmente valida seppur ampiamente perfettibile: innanzitutto mettere gradualmente l’Italia nella condizione di recuperare il gap con i paesi esteri per quanto concerne la produzione di energia da fonti rinnovabili, spegnendo le fonti energetiche maggiormente inquinanti ed ormai individuate come “gas serra”. In seguito, al dettato legislativo originario che inquadrava il Cip 6 nel solo ambito delle “fonti rinnovabili”, venne aggiunta la dizione “fonti assimilate”, con il successivo effetto di destinare un’ingente parte di tale contribuzione pubblica alla termocombustione dei rifiuti. Tale “apporto” in favore dei consorzi di incenerimento rifiuti si materializza mensilmente nelle tasche degli italiani con l’addebito su ogni nostra bolletta energetica di una percentuale indicativa del 7% che va, appunto, ad alimentare l’incenerimento, mettendo infatti i relativi consorzi nelle condizioni di percepire svariati milioni di denaro pubblico per gli impianti di “termovalorizzazione”, consentendogli di poter rivendere la lieve quantità di energia elettrica prodotta a prezzi per giunta superiori a quelli di mercato. Emerge come il nostro Paese abbia quindi equiparato nel tempo l’incenerimento dei rifiuti alle reali fonti energetiche alternative, pulite e rinnovabili, per giunta escludendo da tale contribuzione pubblica il finanziamento dei centri di riciclo, che al contrario di distruggere la risorsa (i rifiuti appunto) mediante la combustione, praticano invece il recupero di materia con un riciclo pressoché infinito e ripetibile nel tempo.
In tale quadro l’Italia “brilla”, inoltre, come uno dei pochi stati (se non il solo) che ha ammesso incentivi pubblici alla termodistruzione dei rifiuti, ed infatti l’Unione Europea con la direttiva 2001/77/CE ha “bacchettato” il nostro Paese non considerando fonte di energia rinnovabile la frazione non biodegradabile dei rifiuti che è proprio la parte di Rsu (Rifiuti Solidi Urbani) preposta ad incenerimento. Proprio per mezzo dell’UE il contributo Cip 6 per questo genere di installazioni è finalmente “scaduto” e risulta ancora valido per gli impianti in costruzione o per quelli approvati entro la data del 31 dicembre 2008. In questa scadenza temporale rientrerebbe anche il “gassificatore” dei Castelli Romani.
Così mentre a “norma” del Sistema Integrato Italiano di Gestione dei Rifiuti (da noi recepito dall’UE per mezzo del Decreto Ronchi), discarica ed incenerimento devono essere considerate l’estrema ratio nel trattamento rifiuti, dando precedenza assoluta alle politiche di gestione a mezzo recupero, riuso e riduzione dello stock di immondizia (cosa che puntualmente non avviene), prende sempre più consistenza l’ipotesi di una speculazione milionaria tutta italiana che, guardando al Lazio, potrebbe ultimarsi colpendo il cuore dei Castelli Romani. Il trattamento per mezzo della termodistruzione del Cdr infatti, a detta di esperti e tecnici indipendenti, non garantisce dal punto di vista scientifico l’igiene pubblica dei territori e la tutela sanitaria necessaria, essendo una mera trasformazione fisica del macrorifiuto in micropolveri e gas estremamente più aggressivi per buona parte impossibili da filtrare o abbattere. La beffa ultima arriva esaminando la definizione legislativa attinente il Cdr, cioè dell’ormai famoso Combustibile da Rifiuti, composto, appunto, da carta, plastica, legno e derivati, in pratica le parti più nobili impiegabili nei processi di riciclo.
Ma torniamo al Cip 6. “Grazie” proprio alla delibera del Comitato Interministeriale Prezzi, l’Italia ha infatti parzialmente abbandonato la strada delle dannosissime discariche per intraprendere l’economicamente rigida (un impianto di incenerimento è destinato a funzionare per più decenni e, per giunta, con un fabbisogno di immondizia costante) e altrettanto sciagurata strada della termodistruzione dei rifiuti. Il tutto a scapito delle nuove metodiche di trattamento che si affacciano sul mercato e che presentano un ampio contenuto tecnologico con un impatto nullo per cittadini e territorio. Tali metodiche “a freddo”, che nel distorto mercato italiano di trattamento dei rifiuti faticano a trovare ordinaria consuetudine, registrerebbero invece un’impennata significativa nei paesi europei e non solo, che hanno infatti progressivamente avviato (o stanno per avviare) la dismissione dei poco flessibili e dannosi impianti di termocombustione (peraltro finanziati, non come in Italia, dai singoli privati). Per giunta la tecnologia di trattamento “a freddo” garantisce il riciclo di materia in percentuali estreme con abbattimento completo delle discariche previo, a monte, un dignitoso avvio del programma inerente la raccolta differenziata. Insomma, dei veri e propri poli industriali in grado di integrarsi senza troppe criticità al tessuto urbano/civile con una flessibilità operativa che sfugge ai mastodontici termovalorizzatori e senza le massicce esternalità negative di questi ultimi. Così, mentre ai Castelli Romani rischiano di piovere, oltre al nanoparticolato, soprattutto centinaia di milioni di Euro pubblici, il Lazio viene fotografato senza pietà dall’ultimo rapporto rifiuti dell’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e Ricerca Ambientale). La nostra regione conferisce infatti in discarica ben l’86% del monte rifiuti, raggiungendo soglie estremamente basse di raccolta differenziata, risultati al limite del sottosviluppo civile ed economico. Una situazione che impone ormai scelte coraggiose da parte della Pisana e di tutte le altre componenti istituzionali preposte (province e comuni inclusi). Decisioni che però non devono danneggiare ancora una volta i già vessati cittadini, pena il procrastinare un problema generale accanendosi frattanto con precise realtà territoriali e annullandone marcatamente le potenzialità locali. La sola strada percorribile è quindi quella di avviare peculiari programmi volti al recupero di materia (rifiuti), progetti agili e rapportati al territorio nel quale devono innestarsi. Occorre una scelta strategica oculata rispetto a quella economicamente starata di vincolare per almeno 20/30 anni una regione alla produzione di Cdr da destinare all’incenerimento ed a quella di continuare ad ampliare enormi discariche con effetti collaterali devastanti dal punto di vista sanitario. Soprattutto, la scelta della termocombustione è ormai superata analizzando sia i nostri drammatici flussi di spesa pubblica statale, sia esaminando la spesa futura per rifiuti del singolo cittadino italiano. In poche parole la termodistruzione oltre ad essere una metodica ormai in fase di superamento economico complessivo è una scelta già ampiamente messa in discussione dall’attuale stagnazione economica del sistema e dai nostri precari conti pubblici. Guardiamo ai Castelli Romani, precisamente ad Albano: cittadini e movimenti che da tre anni sono sul piede di guerra tra ricorsi legali, informazione della cittadinanza e manifestazioni, ci spiegano accuratamente la valanga di criticità territoriali già esistenti oltre a quelle del preventivato gassificatore. E soprattutto, questi cittadini unitamente a validi tecnici spiegano le alternative concrete per il loro comprensorio e per il miope piano commissariale rifiuti. Strade già intraprese in altre realtà e con marcato successo. Prima che la pioggia pubblica dei Cip 6 alimenti altri camini, altra illogica spesa pubblica e nuovi impatti sanitari, sarebbe davvero il momento che la Regione Lazio apra una nuova fase strategica in ambito rifiuti, guardando alla vera innovazione e alla proattività, partendo magari dalla principale vertenza territoriale del Lazio, quella del gassificatore dei Castelli Romani. Un segnale forte, nell’interesse di tutti, nessuno escluso, e per spegnere l’interruttore “on” di un’ emergenza speculativa nazionale a colpi di Cip 6.
CIP 6, TRUFFA DI STATO. 7% DI OGNI BOLLETTA CHE NON VA ALLE FONTI RINNOVABILI MA ALLE RAFFINERIE E AGLI INCENERITORI.
Il Cip6 è un provvedimento del Comitato Interministeriale Prezzi adottato il 29 aprile 1992, che stabilisce prezzi incentivati per l’energia elettrica prodotta con impianti alimentati da fonti rinnovabili e assimilate. Sono considerati impianti alimentati da fonti assimilate:
- gli impianti in cogenerazione
- gli impianti che utilizzano calore di risulta, fumi di scarico e altre forme di energia recuperabile in processi e impianti
- gli impianti che usano gli scarti di lavorazione e/o di processi industriali
- gli impianti che utilizzano fonti fossili prodotte solo da giacimenti minori isolati.
Il CIP 6/92 promuoveva lo sfruttamento delle Fonti Energetiche Rinnovabili (FER) o assimilate da parte di impianti entrati in funzione dopo il 30 gennaio 1991 e garantiva l’acquisto dell’energia da parte di ENEL a prezzi incentivati, lasciando libera in questo modo la quantità offerta. Il prezzo della cessione di energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili veniva stabilito da due componenti:
- componente di costo evitato: costo dell’impianto, di esercizio, di manutenzione e acquisto combustibile;
- componente di incentivazione: basata sulla stima dei costi aggiuntivi per ogni singola tecnologia.
Mentre la componente di incentivo era riconosciuta solo per i primi 8 anni di esercizio dell’impianto, quella relativa ai costi evitati veniva concessa per tutto il periodo di durata del contratto di fornitura (fino a 15 anni).Quindi, ieri come oggi, sono i consumatori a pagare direttamente i costi di tale incentivazione, attraverso la Cassa Conguaglio del Settore Elettrico. In quest’ottica, il rischio per gli investitori risultava basso, poichè entrambe le componenti erano legate all’indice annuo dei prezzi al consumo. Questo tipo di incentivazione ha permesso un notevole sviluppo in Italia delle tecnologie legate allo sfruttamento delle FER, soprattutto eolica e biomassa. Il CIP 6/92 ha infatti creato opportunità di investimento per un volume superiore a 10 miliardi di euro, promuovendo circa 6,5 GW di nuova capacità nominale. Per contro, si calcola che il costo del programma nel periodo 1992-2012 sia pari a circa 13 miliardi di euro (tenendo conto solo della componente d’incentivo attribuita agli impianti rinnovabili). Questo programma ha rappresentato quindi un carico economico molto oneroso per i consumatori. Ma l’aspetto critico principale è l’incentivazione di impianti a fonte assimilata, ovvero a impianti alimentati da fonti di origine fossile: in pratica, una quota superiore al 70% dei contributi è stata indirizzata a questi impianti, anzichè a quelli a fonte rinnovabile, favorendo di fatto i grandi gruppi elettrici ed industriali nazionali.
IMPIANTI ASSIMILATI: LA SITUAZIONE ODIERNA
Nella Finanziaria 2009 il testo approvato in materia Cip6 garantisce incentivi agli impianti già autorizzati, non a quelli già realizzati, assicurando di fatto i benefici anche a quelli non ancora in funzione. Questo cambiamento ha i seguenti effetti:
- attualmente sono autorizzati dal CIP/6 (ma non operativi) 16 impianti alimentati a fonti assimilate (11 inceneritori o termovalorizzatori di rifiuti e 5 a biomasse). Di questi, tre sono sospesi per problemi ambientali o in attesa di stipula della convenzione.
- il CIP/6 prevede due incentivi, uno sulla realizzazione dell’impianto e uno sulla produzione di energia. Per questi impianti la durata degli incentivi sarebbe di 8 anni (con alcune eccezioni, come detto sopra). Si tratta del 12,5% degli impianti da fonti assimilate finanziate dal CIP/6, che sono al momento 129 impianti.
- per quanto riguarda i versamenti in forma di incentivo ad impianti alimentati da fonti assimilate i dati del GSE tra il 2003 e il 2005 dicono che le risorse destinate a fonti assimilate sono state nel 2003 pari a 3.660 milioni di euro, nel 2004 di 4.142 milioni di euro e nel 2005 di 4.662 milioni di euro.
Sulla base di questi incentivi pregressi, il mantenimento dell’emendamento approvato in finanziaria avrebbe un costo presunto di circa 600 milioni di euro ogni anno per molti anni. Nel 2006 gli inceneritori hanno ricevuto dal GSE 1.135,9 milioni di euro contro i 223,8 del geotermico, i 202,6 dell’idroelettrico, i 195,8 dell’eolico, e gli 0,04 del solare. A questi vanno aggiunti gli incentivi forniti alle fonti “assimilate”: 2179,8 milioni ai rifiuti dei cicli industriali e 2181,7 ai combustibili fossili. In totale su 6119,8 milioni di euro versati dallo Stato come “contributo alle fonti rinnovabili di energia”, solo 622 milioni sono andati a solare, eolico, geotermico e idroelettrico, pari a poco più del 10% (fonte GSE FISE Assoambiente). Secondo quanto riferito nel rapporto annuale dell’Autorità per energia elettrica e gas (5 luglio 2007) la quota delle fonti “assimilate” è in continuo aumento. I maggiori beneficiari sono stati l’ENEL, l’Edison, l’ENI, l’ASM di Brescia (ora A2A dopo la fusione con la AEM), l’ACEA Electrabel, l’EGL Italia, la Sorgenia e la Modula.
CERTIFICATI VERDI
Nel 1999 con il “Decreto Bersani” il sistema del Cip 6 è stato sostituito da quello dei certificati verdi, ma la gran parte dei vecchi contratti è rimasta attiva. Il sistema dei certificati verdi prevede che se un impianto produce energia emettendo meno CO2 di un impianto tradizionale il gestore ottiene dei certificati verdi che può rivendere ad industrie o attività che sono obbligate a produrre una quota di energia mediante fonti rinnovabili ma non lo fanno autonomamente. Questa novità non migliora la situazione. Infatti sia il sistema Cip 6 che quello dei certificati verdi di fatto hanno esteso i benefici economici anche alle fonti assimilate più inquinanti, finendo per indirizzare gran parte dei fondi verso fonti, come i rifiuti, che rinnovabili non sono. Il prezzo dei certificati verdi nel 2007 era di circa 137 euro al MWh. (fonte, GSE)
Nel 2008 un certificato verde “valeva” una taglia di 62,60 euro/Mw.
Per tale sistema sono ammesse, oltre alle fonti rinnovabili alcune fonti assimilate, quali:
- Impianti di termovalorizzazione dei rifiuti computati per la parte biodegradabile;
- Impianti di cogenerazione abbinati a teleriscaldamento;
- Impianti di co-combustione o ibridi.
