Inceneritore Albano, ancora un no dalla ASL Rm H
_E quattro. Sono i pareri con i quali l’ASL Rm H ha bocciato la costruzione dell’inceneritore dei Castelli Romani, impianto voluto dal Consorzio CO.E.MA (Gruppo Cerroni-Ama-Acea); ultima “indicazione” espressa addirittura posteriormente alla conferenza dei servizi. Il no dell’ente sanitario conferma quanto movimenti e cittadini vanno ribadendo da anni, contrarietà (e inutilità) formalizzata (da agosto 2010) anche dai dieci sindaci del bacino Castelli Romani che utilizzano la discarica intercomunale di via Ardeatina. Otto di questi sindaci hanno apppoggiato i movimenti cittadini costituendosi ad adiuvandum nei ricorsi che i comitati hanno esperito di fronte al Tar Lazio, ricorsi per i quali ora si attende la sentenza. Parole chiare quelle dell’ASL, esplicite come i documenti, le relazioni, l’informazione prodotta e gli esperti interpellati negli anni dai cittadini. Parole da ricordare a quei politici che continuano a volere l’impianto ed a mancare di responsabilità, soprattuto di fronte a tecnologie meno costose, non impattanti e più efficienti che passano per il trattamento a freddo. Il Tar Lazio bocci questa speculazione sulla pelle di territorio e cittadini.
_Articolo tratto da: Il Corriere della Sera. Mentre altri due comuni del Lazio – quelli di Cori e Cisterna di Latina – emettono le ordinanze per la chiusura dei rubinetti, ad Albano si scopre che la possibile costruzione di un inceneritore dei rifiuti potrebbe rendere ancora più preoccupante la concentrazione dell’arsenico nelle falde delle acque potabili.
Rifiuti e ciclo alimentare, dunque. Anche nel Lazio, dopo l’allarme di poche settimane fa nel sud pontino, emergono con evidenza scientifica le «relazioni pericolose» tra business della spazzatura e inquinamento delle falde, che secondo la Ue sono messe a repentaglio in 92 città sparse tra Roma, Viterbo e Latina, dalla presenza di sostanze nocive ben oltre i limiti stabiliti dalla legge. In primis, appunto, l’arsenico.
A bocciare la realizzazione del termovalorizzatore – contro il quale a ottobre hanno sfilato migliaia di cittadini in un corteo lungo la via Appia – è una relazione del Dipartimento di prevenzione della Asl RmH (Castelli/Litorale) che parla di impianto «incompatibile con il mantenimento di una situazione igienica adeguata per il territorio». In sintesi: secondo il dossier dell’azienda sanitaria, per far funzionare l’impianto occorre un consumo giornaliero di acqua pari a 223.110 metri cubi. Troppi, in una zona come quella dei Castelli Romani – dove secondo i prelievi è più massiccia la concentrazione dell’arsenico nelle condotte, in certi punti oltre 50 microgrammi per litro contro il massimo di 10 previsti dalla Ue – «afflitta da gravissime carenze idriche al punto da condizionarne la nomina di un commissario per l’emergenza idrica». Non solo: «Occorre anche tenere presente – si legge nel documento della Asl RmH – che l’acqua utilizzabile è comunque oggetto di una deroga regionale in ordine alla presenza di metalli». La sentenza di bocciatura firmata da Agostino Messineo, direttore della Prevenzione RmH, arriva senza appello: «E’ evidente che tale condizione concorrerebbe, in casi di maggiore utilizzo della risorsa idrica, ad un ipotetico peggioramento della percentuale di sostanze nocive». Appunto: oltre all’arsenico anche manganese e fluoruro, questi ultimi se non altro rientrati nei limiti previsti dalla legge.
Intanto resta l’emergenza. I sindaci laziali continuano a firmare le ordinanze di chiusura dei rubinetti. Altri due divieti di bere l’acqua potabile sono stati emessi dai sindaci di Cisterna e Cori – cittadine in provincia di Latina – dove, in attesa dell’entrata in funzione del «dearsenizzatore» – annunciato da Acqualatina, l’ente gestore, «entro il 20 dicembre» – sono entrate in funzione le autobotti della Protezione civile che riforniscono la cittadinanza dalle ore 9 alle 18 di tutti i giorni.
Intanto, mentre nel Viterbese c’è chi pensa a installare nei centri cittadini fontanelle pubbliche con acqua salubre, entro dieci giorni l’erogazione idrica a Velletri «rientrerà nei limiti previsti dalla legge» ha promesso l’Acea nel corso di una riunione sull’emergenza arsenico a cui hanno partecipato i responsabili delle Asl dei Castelli, di Civitavecchia, di Latina, di Viterbo, nonché l’assessore regionale all’ Ambiente Marco Mattei. Dalla giunta Polverini si attende l’annunciata nomina del commissario straordinario all’emergenza arsenico anche se – leggendo proprio il documento della Asl Rm H che boccia l’inceneritore di Albano – si scopre che già esiste da tempo un ufficio governativo destinato a risolvere l’emergenza della acque ai Castelli. Qui, oltre alla presenza delle sostanze nocive, c’è anche un problema di progressivo sprofondamento delle falde testimoniato pure dall’abbassamento inarrestabile del livello del lago di Albano. L’incarico lo ricopre un funzionario del ministero alle Infrastrutture, Massimo Sessa, ex assessore all’Ambiente della giunta provinciale di Roma all’epoca in cui (2001-2005) era presieduta dall’attuale deputato Fli Silvano Moffa. Il nome di Sessa, ingegnere, 49 anni, appare nelle migliaia di pagine che compongono l’indagine che i carabinieri del Ros hanno condotto sugli affari della «cricca» legata al business della protezione civile. E qui la vicenda acque si interseca marginalmente con l’inchiesta sulla ricostruzione in Abruzzo. Il dirigente pubblico – che comunque non risulta indagato – assieme ad altri si sarebbe adoperato per trovare un’adeguata sistemazione al figlio dell’ex procuratore aggiunto del tribunale di Roma Achille Toro: un giovane, che lavorava proprio all’Acea.
Il giudice Toro è lo stesso accusato di passare informazioni sull’inchiesta al gruppo che faceva capo all’ex numero 2 della Protezione civile Angelo Balducci. L’ufficio di Sessa gestisce fondi per decine di milioni di euro e ha alcune deleghe straordinarie. Poteri e soldi che non sono serviti ad evitare la bocciatura inflitta dalla Ue – dopo un decennio di proroghe dei valori massimi concesse dall’Italia – alle acque laziali, prime fra tutte proprio quelle dei Castelli Romani.
_Articolo tratto da: Nuova Agenzia Radicale. Dopo che l’Ue ha “bacchettato” l’Italia denunciando i preoccupanti livelli di arsenico nelle condutture potabili dello Stivale e causando così la chiusura di 94 rubinetti, ora è a rischio il comune di Albano, dove si paventa la costruzione di un inceneritore. La Asl RmH (Castelli/Litorale) ha prontamente bocciato la proposta del termovalorizzatore, perché, ha spiegato, “incompatibile con il mantenimento di una situazione igienica adeguata per il territorio”. Piazzare un inceneritore di rifiuti ad Albano, infatti, peggiorerebbe una situazione già di per sé instabile, contribuendo ad aumentare la concentrazione di arsenico, di manganese e fluoruro nella falde delle acque potabili. E tutto ciò avverrebbe in una zona in cui la presenza di sostanze nocive nel terreno è già al limite. Senza contare inoltre che l’introduzione di un inceneritore si tradurrebbe in un consumo eccessivo di acqua (circa 223.110 metri cubi al giorno) che i Castelli Romani non può proprio permettersi.
Qui, infatti, “le gravissime carenze idriche” – come si legge nella relazione della Asl Rm H che boccia l’inceneritore di Albano – sono alla base della nomina “di un commissario per l’emergenza idrica”. Peccato però che, come si apprende più avanti nel dossier dell’azienda sanitaria, un ufficio governativo destinato a risolvere l’emergenza acqua ai Castelli esista già e sia già attivo con tanto di responsabile. L’incarico è, infatti, ricoperto da Massimo Sessa, funzionario del ministero delle Infrastrutture nonché ex assessore all’Ambiente della giunta provinciale di Roma (2001-2005). La faccenda si complica quando apprendiamo che il nome di Sessa ha qualcosa a che fare con la “cricca” legata al business della Protezione civile per la ricostruzione dell’Abruzzo. Non stupisce quindi che – nonostante tutte le deleghe straordinarie del caso – egli non sia ancora riuscito a mettere una toppa all’emergenza arsenico sollevata dalla Ue. Sta di fatto che l’allarme non è ancora del tutto cessato e i sindaci laziali continuano a firmare ordinanze disponendo così la chiusura di un sempre maggiore numero di rubinetti. Gli ultimi, quelli di Cori e Cisterna che, in attesa del “dearsenizzatore”, vengono riforniti dalle autobotti della Protezione Civile.
Gassificatore Castelli Romani, domani i primi ricorsi al TAR
Il Tar del Lazio si esprimerà domani, 11 novembre, sui due ricorsi presentati dal Coordinamento No Inc per bloccare l’inizio dei lavori del gassificatore di Roncigliano. Per addentrarci meglio nelle tematiche legali che stanno dietro al lavoro del Tribunale Amministrativo Regionale, Castellinews.it ha intervistato Daniele Castri del gruppo legale del Coordinamento che lotta contro la realizzazione dell’impianto. «L’11 ci sono due udienze di merito, entrambe in mattinata. Sono rispettivamente la prima udienza del primo ricorso, verso le 9, e la prima udienza per il secondo ricorso, verso le 10. Il primo verte sulla questione della prima e seconda valutazione d’impatto ambientale e sull’intervento di Di Carlo, ex Assessore ai rifiuti, e il secondo invece riguarda il decreto di pubblica utilità di Marrazzo che è venuto prima della conferenza dei servizi». Quindi non è stata rispettata la procedura. «Prima di sentire i competenti a livello igenico-sanitario territoriale dell’Asl RmH, il Governatore ha inteso forzare la mano a livello istituzionale, approvando un decreto per scavalcare una serie di limiti come quelli paesaggistici e urbanistici». A questo proposito Castri ci illustra brevemente quali sono i punti d’appoggio dei due ricorsi, cioè le motivazioni e i contenuti secondo i quali il lavoro di realizzazione della struttura per il trattamento dei cdr dovrebbe fermarsi. «Ci sono due elementi fondamentali: un parere contrario dell’Asl RmH di maggio 2009 e il parere di sei tecnici che hanno smontato punto per punto tutti gli elementi su cui si basano le certezze di Regione e Coema». Entriamo nel merito delle due motivazioni. «La prima ci dice che Messineo e Cicogna, i due direttori del dipartimento ambiente dell’Asl RmH, che è l’unica competente a livello territoriale per le questioni igenico-sanitarie, sottoscrivono che questo impianto è di tecnologia assolutamente innovativa e che non ha uguali al mondo. Né la Regione, né il Coema possono dimostrare che produrrà un livello di inquinamento alcalino pari a quello raffreddato ad acqua». La seconda è che «il Coordinamento in questi mesi ha affidato ad un gruppo di sei tecnici, due ingegneri, due chimici e due fisici, il compito di valutare le schede tecniche dell’impianto di cui parliamo. Questi hanno emesso un parere negativo. Per questo abbiamo incentrato il terzo ricorso sull’aspetto tecnico dell’impianto». Che cosa si aspetta il Coordinamento da questa “giornata in tribunale”, c’è ottimismo? «Abbastanza, abbiamo smontato tutto il percorso amministrativo dell’impianto. Secondo noi ci sono buone probabilità, anche perché la procedura viola le norme nazionali quadro in materia di gara d’appalto. Non ce n’è una in nessuna fase. Inoltre non hanno tenuto conto di quattro pareri scientifici contrarti dell’Asl RmH che, ricordiamo, è l’unico che ha competenze in tematiche ignico-sanitarie». Proprio su quest’ultimo aspetto Castri ci tiene a precisare un aspetto che potremmo definire politico: «bisogna anche tenere conto che i due direttori sono di nomina regionale, quindi, fra virgolette, questi si sono giocati il posto dando il no definitivo all’impianto. Eppure l’hanno fatto, perché evidentemente lo ritengono un’assurdità». Fonte articolo, qui.