Vicenza, scorie di fonderie sotto la nuova autostrada e tra i campi di granoturco
_Per dare una speranza di vita ai Castelli Romani ed ai suoi cittadini dobbiamo vincere la battaglia contro l’inceneritore di Cerroni, Marrazzo e Polverini. Per farlo abbiamo bisogno del tuo aiuto, informati e non delegare, partecipa attivamente.
_L’Italia è così. Nord e sud, a ciascuno il suo e giusto per non far torto a nessuno. In Calabria abbiamo gallerie con rifiuti radioattivi tumulati nel cemento, al nord la situazione cambia, ma solo per il tipo di rifiuto sversato. Non fatevi illusioni, il tutto resta drammatico. Buona lettura.
_(Fonte articolo, clicca qui). L’odore del metallo fuso di fonderia ammorba ancora l’aria quando tira il vento, sprigionato dai resti delle scorie disseminate lungo le stradine nei campi di granoturco, accanto all’autostrada. A sud di Vicenza, la Valdastico è un lungo biscione di carreggiate che si snoda nella valle. Fino a poche settimane fa era nero, prima che fosse ricoperto da uno spesso strato di fanghiglia biancastra. Le ruspe hanno spianato scarti di lavorazione industriale in mezzo alle coltivazioni, con il cromo che si è riversato nei canali di irrigazione del granoturco. Il sospetto che quel materiale non fosse proprio innocuo era sorto quando il cane del signor Giuseppe, nel giugno scorso, si è fermato a bere in uno dei numerosi canali scavati accanto all’infrastruttura in costruzione. Il cane è morto quasi all’istante, ucciso per una sospetta perforazione dell’intestino. Una fine, scrivono gli esperti, “dovuta all’elevato livello di acidità dell’acqua dei canali, a causa della contaminazione per colpa dei rifiuti di acciaieria”. Gli scarti di fonderia sono infatti molto nocivi: contengono dosi di metallo pesante che si disperdono nei terreni e nella falda acquifera, entrando nella catena alimentare. E ce ne sono centinaia di tonnellate sepolte un metro sotto la superficie autostradale che scorre tra le coltivazioni di un Veneto ancora agricolo. Scorie che potrebbero essere state seminate lungo molti dei 54,3 chilometri della Valdastico Sud, l’arteria che collegherà le province di Vicenza e di Rovigo: un’opera da oltre un miliardo di euro. L’inaugurazione del primo tratto è prevista per maggio, ma al momento i lavori sembrano fermi. Mentre stanno partendo le indagini della magistratura.
Che i cantieri delle grandi opere stradali vengano sfruttati come discariche è un sospetto che circola da anni: le corsie di asfalto sono tombe che nessuno scoperchierà. I primi a intuirne le potenzialità sarebbero stati i soliti camorristi casalesi, padroni per anni del mercato dei rifiuti: nei terrapieni si può infilare ogni genere di detrito, lecito o meno. Voci e supposizioni che non avevano mai ricevuto riscontri. Ma adesso per la prima volta le foto di un appassionato di archeologia, Marco Noserini, sembrano dare corpo alle peggiori ipotesi: pozze tinte di giallo dal cromo e scarti di acciaieria sparsi nei campi dove germogliano filari di mais. Le foto sono state scattate nel tratto della Valdastico Sud tra Torri di Quarterolo e di Pojana Maggione nel Vicentino. Dove Maria Chiara Rodeghiero di Medicina Democratica e l’avvocato Edoardo Bortolotto hanno riscontrato una situazione drammatica: “Di notte arrivano anche trenta camion e scaricano ondate di materiale”. Poi di giorno le ruspe lo spianano, preparando la massicciata e disperdendo le sostanze nel terreno.
Pierluca Locatelli Pierluca Locatelli Le immagini mostrano i mezzi delle imprese del Gruppo Locatelli e della Serenissima Costruzione. La Serenissima fa capo alla società con capitali pubblici, presieduta dal leghista Attilio Schneck, che possiede la concessione della Brescia-Padova, forse l’autostrada con il traffico record d’Italia. Il gruppo Locatelli invece è al centro dell’inchiesta (qui il video) per corruzione che ha fatto finire in cella Franco Cristiani Nicoli, vicepresidente della Regione Lombardia, accusato per una tangente versata dall’amministratore delegato Pierluca Locatelli. L’indagine è stata battezzata “Fiori d’acciaio” proprio perchè riguarda le licenze per lo smaltimento dei rifiuti. Ma melle intercettazioni si parlava dei cantieri della Bre.Be.Mi, l’autostrada che collegherà Brescia e Milano senza passare per Bergamo. I pm bresciani, Carla Canaia e Silvia Bonardi, hanno messo sotto sequestro due cantieri per la costruzione del raccordo anulare della Bre.Be.Mi. a Cassano d’Adda (Milano) e Fara Olivana con Sola (Bergamo) perché sotto le carreggiate sarebbero stati accumulati scarti di fonderia. E anche in questo caso viene ipotizzato un ruolo del gruppo Locatelli. Ma da dove provengono quei camion stracolmi di scorie fotografati nel Vicentino? Quasi tutti sono targati Crotone e Napoli, alcuni hanno le insegne di una ditta trevigiana che è stata coinvolta in traffici di rifiuti ma – recita la denuncia – “seguendo il percorso di un camion, si scopre che la maggior parte proviene da una grossa acciaieria alle porte di Vicenza, la Beltrame spa”, una delle più grandi d’Italia. Si sospetta anche che alcuni arrivino direttamente dalla Campania, forse da un vecchio stabilimento chimico. Il via vai di mezzi si lascia alle spalle una coda scura come una colata lavica. E quando piove, l’acqua nerastra cola dai detriti nei campi e nei canali di irrigazione. Le imprese di costruzioni cercano di correre ai ripari e stendono una coperta di tessuto sintetico, ma la posano sopra le scorie e non sotto: una misura più utile a nascondere che a contenere il percolato.
Il manto ferroso viene usato in molti tratti al posto della ghiaia. Sono grossi pezzi di scarto provenienti dalla fusione dei rottami: a volte sono larghi più di un metro e nel magma solidificato si distinguono scatole meccaniche, contenitori, pezzi di ingranaggi di tutte le fogge. Spesso dentro i grossi sassi neri bucherellati, che ricordano sinistre pietre lunari, sono incastonate parti intere di ferro, scampate al calore dell’altoforno. Noserini ha fatto analizzare i detriti. Il laboratorio ha confermato che si tratta di scarti di fonderia: “Contengono metalli pesanti e sostanze chimiche (nitrati, floruri, solfati, cloruri, bario, berillo, amianto, piombo, nichel) in notevole concentrazione”, si legge nella denuncia presentata da Medicina Democratica, dall’Associazione italiani esposti amianto e da Marco Noserini. Si sono rivolti prima ai magistrati bresciani, sottolineando i legami con lo scandalo della Bre.be.mi. Ma la procura lombarda ha passato il fascicolo alla Direzione distrettuale antimafia di Venezia dove il pm Rita Ugolini vuole capire chi ha gestito il traffico di camion e ricostruire l’esatta provenienza di tutti i rifiuti. Con il sospetto che quei cantieri nascondano la Gomorra del Nord-Est.
Figino, dalla pulizia stradale si ricava materiale edile
_(Fonte articolo, clicca qui). Un impianto innovativo, capace di trasformare i rifiuti raccolti in strada in materiale per l’edilizia. Il procedimento, fatte le debite differenze, non è troppo diverso da quello che in Sudafrica viene utilizzato per recuperare diamanti e oro. Ma in questo caso, a venire recuperati, saranno i rifiuti non pericolosi provenienti dallo spazzamento stradale. Sabbia, ghiaino e ghiaietto che invece di finire in discarica potranno essere veduti, per esempio, al settore dell’edilizia. Con un vantaggio economico e un risparmio ambientale. A renderlo possibile, il nuovo impianto di lavaggio e recupero attivato a Figino Serenza, gestito da Risorse ecologiche, società del gruppo Econord. Uno simile, all’avanguardia a livello europeo, è attivo da qualche anno nel Bergamasco, ma questo è il primo in provincia di Como, e vuole porsi come punto di riferimento per tutte le amministrazioni comunali, perché conferiscano qui il risultato della pulizia delle proprie strade. In pratica, si tratta di una sorta di enorme lavatrice. Forse banalizza un po’, ma l’immagine rende bene. Tanto che è stata utilizzata sabato mattina in occasione della presentazione ufficiale dell’impianto, costato tre milioni di euro, che occupa una superficie di 2.500 metri quadrati.
Così parlò Marrazzo
_Segnaliamo questo bellissimo articolo scritto da Maria Lanciotti su Castellinews.
_«Sono il presidente che non si è tirato indietro perché c’eravate voi», disse Piero Marrazzo la sera dell’11 luglio 2008 in Piazza del Comune a Velletri, rivolto a un gruppetto di giovani che manifestavano contro l’inceneritore di Albano e la mancanza del benché minimo cenno di ascolto. E mentre i tutori dell’ordine si disponevano a ventaglio con sveltezza e grinta, Marrazzo rincarò: «Chi viene a manifestare avrà sempre una risposta, fino all’ultimo mi sentirò di rappresentare i cittadini». Ma era già arrivato “all’ultimo” e smise per fortuna di rappresentarci. Ma il dopo Marrazzo non splende certo di nuova luce, siamo sempre ai moccoli. Imponente la manifestazione contro l’inceneritore che lo scorso 23 ottobre ha sfilato per Albano, Ariccia, Genzano. Tremila, cinquemila manifestanti o su o giù di lì, secondo le varie stime, e questo sì che conta, che ha un peso, che ha spessore. C’era pure gente importante, chi con la fascia tricolore e chi con le medaglie, e questo sì che è un risultato. Forse c’era pure quel gruppetto di giovani che gridò dalla scalinata del comune di Velletri anche qualche parola qui non riferibile all’ex governatore della regione Lazio – che arrivò con gravissimo ritardo per via del traffico perché forse pensava che ai Castelli i nativi andassero ancora col carretto – ma si sa la gioventù non va tanto per il sottile, il bavaglio ancora non gli aderisce bene sulla bocca, ancora la verità scappa fuori. Forse quei giovani c’erano, in mezzo a tutta quella calca, forse aprivano o chiudevano il corteo, forse reggevano uno striscione. Chissà. Lo vogliamo sperare. Perché sono loro che hanno iniziato questa battaglia, pochi e indifesi e con le idee chiare, e non sarebbe bello dimenticare – oggi che si è in tanti e bene organizzati – un pugno di giovani che alle prime proteste vennero zittiti dalle forze dell’ordine schierate a tutela di Piero Marrazzo, che ora sappiamo bene in che faccende era occupato all’epoca. A quei ragazzi va il merito di avere fatto il primo passo contro l’inceneritore di Albano, sarà bene tenerselo a mente ora che le file s’ingrossano. (Fonte articolo: Castellinews, clicca qui)
_I video a cui si riferisce l’articolo scritto su Castellinews.
Stefano Montanari: “Incenerire i rifiuti è una scelta suicida”
_I Castelli Romani continuano a respirare la crescente preoccupazione riguardante lo speculativo “gassificatore” di rifiuti che l’ente Regione Lazio ed i consorzi interessati vorrebbero edificare nel cuore dei Castelli Romani, tra vigneti Doc e nuclei abitativi di 14.000 persone, passando per potenziali nuovi ospedali e scuole a portata di camino. Data la tematica assai delicata, ecco che l’informazione, in questo caso scientifica, recita come sempre un ruolo fondamentale. Elemento di sintesi in grado di coniugare consapevolezza e metro di giudizio, senza lasciare i cittadini nell’oblio dell’imperante fatalismo. Per capirne di più abbiamo quindi intervistato il Dott. Stefano Montanari, dal 2004 direttore scientifico del laboratorio “Nanodiagnostics” di Modena (www.nanodiagnostiscs.it & www.stefanomontanari.net) e ricercatore attinente le patologie derivanti dal particolato ultrafine.
Dott. Montanari, innanzitutto, quando si parla di nanoparticelle?
C’è un po’ di confusione sull’argomento. Di fatto, ogni disciplina scientifica le definisce in modo diverso dalle altre, e questo in base al comportamento di cui quella disciplina stessa si occupa. Per quanto ci riguarda, nel nostro settore specifico possiamo definire nanoparticella ogni granello che abbia un diametro inferiore al micron, dove un micron è un millesimo di millimetro.
Sono degradabili in natura?
Esiste un’enorme quantità di nanoparticelle che sono degradabili. Tra queste, ad esempio, quelle prodotte dal mare. In quel caso si tratta in genere di particolato solubile nell’acqua come, ad esempio, il cloruro di sodio che altro non è se non il sale da cucina. Le particelle di cui noi c’interessiamo, invece, non sono degradabili.
Da quali fonti esse hanno origine?
La fonte più frequente è quella combustiva. Se io brucio qualcosa, rompo le molecole di cui quel qualcosa è costituito, e non è raro che quello spezzettamento sia abbastanza spinto da separare gli atomi di cui le molecole sono fatte. Questi atomi, poi, lasciano rapidamente il luogo della combustione. Non appena la temperatura si abbassa, gli atomi si ricombinano, e lo fanno spesso formando delle leghe di composizione casuale, non degradabili. Ma esiste anche la possibilità che le particelle si formino a freddo, ad esempio per fenomeni di frizione come accade, per esempio, nei freni delle automobili. Altre particelle, chiamate secondarie, si formano per condensazione di alcuni gas generalmente prodotti dalle combustioni, e parlo di ossidi d’azoto, ossidi di zolfo, ammoniaca, ecc. Questi, liberati in atmosfera, nel volgere di alcuni giorni reagiscono con sostanze come l’ozono, il vapore acqueo e i radicali liberi formando grandissime quantità di altre particelle che, tra le altre caratteristiche, hanno quella di trasportare inquinanti come, tra gli altri, le diossine.
Possiamo quindi considerare gli impianti di smaltimento a caldo dei rifiuti (inceneritori) come “attori” responsabili dell’emissione di gran parte di queste polveri nanometriche in atmosfera?
Sì, certo. Un’aggravante è quella della varietà di composizione del particolato prodotto dagl’inceneritori. Dato che all’incenerimento sono destinati rifiuti di composizione quanto mai varia e praticamente imprevedibile, è del tutto ovvio che ciò che esce è vario ed imprevedibile. Le particelle sono patogene in quanto tali, vale a dire in quanto corpi estranei che entrano nell’organismo per non uscirne più. Ma sono patogene anche per la loro composizione. Credo sia facile capire che una particella a base di ferro sia meno aggressiva di una a base di arsenico o di piombo o di mercurio.
Un aspetto che non ho mai capito: d’accordo, in Italia siamo soliti definire una stessa cosa con termini multipli e spesso impropri. A suo avviso è questo il caso dei termini inceneritore, termovalorizzatore e gassificatore?
Lo so: il nome è sgradevole ma si tratta in ogni caso d’inceneritori, visto che ciò che fanno è ridurre in cenere i rifiuti. La parola “termovalorizzatore” è un’invenzione tutta italiana creata apposta per addolcire la pillola, per gabbare gl’ingenui che dovranno aprire il borsellino sostenendo le spese di quel trattamento dei rifiuti che non ha base scientifica. Personalmente trovo la parola molto utile perché, quando la sento usare, mi fa capire immediatamente che mi trovo al cospetto di un ignorante o di un mascalzone. I gassificatori differiscono dagl’inceneritori (o “termovalorizzatori”) perché tendono a trasformare parte del rifiuto in un gas di composizione prevedibile solo in parte che, a sua volta, è destinato ad essere bruciato rilasciando gas e polveri.
Se non erro ricordo che Lei mi parlò addirittura di una relazione inquietante tra la temperatura di esercizio degli inceneritori ed il diametro di queste polveri. Ricordo male?
Come regola generale, più alta è la temperatura di combustione, più piccole e più numerose sono le particelle. E più le particelle sono piccole, più facilmente riescono a penetrare in profondità nell’organismo, raggiungendo addirittura il nucleo delle cellule, come noi abbiamo dimostrato.
Quali effetti sull’uomo adulto e sui nascituri possono generare nel corso del tempo queste nanoparticelle derivanti dalla combustione dei rifiuti?
Ne ho già accennato: le particelle prodotte da incenerimento dei rifiuti differiscono dalle altre per la loro composizione imprevedibile. Per questo motivo la loro capacità d’indurre malattia può essere superiore a quella di altre particelle di dimensione analoga ma prodotte da fonti di origine chimica costante. Quanto ai tipi di patologie, si tratta né più, né meno, di quelle caratteristiche di ogni altra polvere di quelle grandezze prodotta dalle attività umane. Come le nostre scoperte risalenti agli Anni Novanta hanno dimostrato, le malattie predominanti sono quelle cardiovascolari (ictus, infarto e tromboembolia polmonare) seguite da quelle oncologiche. Ma le polveri sono anche “endocrine disruptors”, il che significa che si fissano negli organi ghiandolari generando malattie come le tiroiditi e alcune forme di diabete. Una delle nostre scoperte è stata quella di trovare particelle nel nucleo delle cellule dove influiscono negativamente sul DNA; un’altra è stata di trovarle nello sperma dove danno sterilità e un’altra ancora di rilevarne la capacità di passare da madre a feto causando aborti e malformazioni fetali. Quelle polveri, poi, possono provocare stanchezza cronica, insonnia, irritabilità, perdita di memoria a breve e – ma la cosa è ancora allo studio – morbo di Parkinson e morbo di Alzheimer.
Nel caso del potenziale impianto ad Albano Laziale, c’è la dimostrazione che per l’andamento dei venti i fumi e le polveri investiranno tutti i paesi a monte rispetto al sito della discarica. Ma queste polveri sono confinabili, c’è una distanza di sicurezza entro la quale un cittadino può chiamarsi “fuori”?
L’unica cosa che si può dire è che, come norma generale, più si è vicini alla fonte, più le particelle sono concentrate. Quanto ad una distanza di sicurezza, non è possibile stabilirla, visto che quelle particelle sono in grado di percorrere anche migliaia di chilometri.
I cittadini spesso sentono parlare di filtri in grado di trattenere queste nanoparticelle salvo poi scoprire dai giornali e da inchieste della magistratura che questi mezzi non solo non bloccano alcunchè ma che spesso non vengono neppure sostituiti, è giusto?
Ahimè, è così. Nella più rosea delle ipotesi i filtri hanno qualche efficacia sulle particelle relativamente grossolane che si formano direttamente nel punto di combustione e che, per questo, si chiamano polveri primarie filtrabili. Sulle altre polveri, le primarie condensabili e le secondarie, che sono la maggioranza soverchiante, i filtri non possono nulla.
L’impianto che la Regione Lazio vorrebbe edificare ai Castelli Romani, da progetto brucerebbe Cdr, cioè carta, plastica, legno e derivati; in pratica le materie nobili che possono essere impiegate nei processi di riciclo ed a ciclo infinito. Che senso ha Dott. Montanari incenerire ciò che può essere riciclato?
Si tratta di un business colossale per chi ha interessi economici nell’affare. Se la popolazione fosse sufficientemente acculturata, nessun politico penserebbe mai di permettere o addirittura di auspicare la costruzione di uno di quegl’impianti, a pena di non ricevere un solo voto alle elezioni.
L’impianto come ben conosce è oggetto di vertenza, i cittadini data la lacunosità del tutto hanno impugnato ogni aspetto dello stesso, ed uno dei punti maggiormente controversi è proprio quanto gli stessi lamentano da anni: e cioè che il Lazio non dispone di Cdr tale da giustificare questo impianto. Qualcuno, quindi, anziché abbandonare il folle progetto inizia a ventilare l’ipotesi che venga smaltito “tal quale” al posto del Cdr. Questo che effetti può avere sulle emissioni?
È chiaro che più è vario il rifiuto, più imprevedibili sono le emissioni, con tutto quanto ne consegue. Malauguratamente i controlli che si effettuano sulle emissioni degl’inceneritori sono a dir poco lacunosi, quando non sono addirittura falsificati, e chi ha seguito le vicende dell’inceneritore di Pietrasanta sa di che cosa sto parlando. In ogni caso si controllano, più o meno efficacemente, solo pochissimi parametri, trascurandone almeno centinaia di altri. Quanto alle polveri, non se ne fa nessuna caratterizzazione, limitandosi a pesarle e fornendo così dati, quelli sul PM10 o sul PM2,5, che non dicono quasi nulla dal punto di vista scientifico e ancor meno dicono dal punto di vista medico. Non è raro, poi, che il controllato sia pure il controllore, e credo non ci sia bisogno d’insistere oltre sull’attendibilità di quanto viene reso pubblico.
E’ quasi certo che l’impianto che la Regione Lazio vorrebbe installare ai Castelli Romani utilizzerà anche del carbone oltre ad utilizzare una quantità d’acqua enorme per un bacino territoriale in crisi idrica da anni. Cosa ne pensa?
Di questo non ero al corrente. In genere il carbone si usa come filtro, ma se davvero sarà bruciato, aggiungerà la radioattività all’inquinamento “normale” che gli è proprio. Per ciò che riguarda l’uso dell’acqua, un bene sempre più prezioso, lo spreco si spiega solo con la tendenza al suicidio di questa società.
Qualcuno addita gli inceneritori come impianti che non farebbero altro che moltiplicare i rifiuti trasformandoli, è una visione tecnica giusta dott. Montanari, possiamo togliere il condizionale?
Il Principio di Conservazione della Massa, un principio secondo il quale la Natura si comporta senza chiederci il permesso e senza che noi possiamo farci nulla, prevede che non sia possibile distruggere nemmeno un grammo delle migliaia di tonnellate di rifiuti destinati alla combustione. Anzi, bruciare significa ossidare e ossidare significa aggiungere ossigeno, aumentando, così, la massa del rifiuto iniziale. Se, poi, si considera che l’incenerimento dei rifiuti prevede l’uso di acqua, metano, ammoniaca, calce, soda, ecc., con ciò si va a raddoppiare la massa di rifiuto. Ad aggravare la situazione sta il fatto che la combustione rende quasi sempre più tossiche le sostanze che si vanno a bruciare. Dunque, è vero: stiamo parlando di un moltiplicatore dei rifiuti sia in termini di quantità sia in termini di patogenicità.
Tali impianti non rappresentano quindi la panacea ad emergenze rifiuti ventilate o reali, anche perché non fanno sparire le discariche, anzi.
Beh, non saranno una panacea, ma sono utilissimi per chi farà sparire dalla vista i rifiuti polverizzandoli nell’aria e dando ad intendere di averli eliminati, per chi quegl’impianti li costruisce, per chi li gestisce, per chi riceverà qualche regalo per aver concesso un placet, per le industrie farmaceutiche che forniranno i medicinali per curare, spesso inutilmente, le malattie da incenerimento… Per quanto riguarda le discariche, ogni inceneritore ne richiede l’uso, e quelle discariche ospiteranno ceneri altamente patogene. Dunque, sono discariche ben più pericolose di quelle attualmente in uso.
Secondo Lei se non ci fosse la valanga di denaro pubblico (mediante lo strumento del contributo “CIP 6”) erogato a chi gestisce questi impianti, oggi in Italia si parlerebbe ancora di obsoleti bruciatori per trattare i rifiuti?
Certamente no. Solo un pazzo potrebbe pensare ad un sistema di trattamento dei rifiuti così assurdamente aggressivo per la salute e l’ambiente e, nei fatti, così costoso per il basso rendimento energetico e per i danni che provoca, danni che qualcuno dovrà provvedere a pagare. E quel qualcuno siamo ovviamente noi.
E’ noto come il recupero ed il riciclo di materia/rifiuti con metodiche di trattamento a freddo senza emissioni sia una delle vere alternative che la tecnologia ci mette in condizione di sfruttare a costi anche più bassi rispetto a quelli di esercizio di un inceneritore. Cosa ne pensa?
Che il recupero dei materiali sia di gran lunga più economico dell’incenerimento è un’ovvietà per nascondere la quale si attuano raccolte differenziate sgangherate e volutamente costosissime. Ma il recupero non basta: è indispensabile che i prodotti che entrano sul mercato siano compatibili con l’ambiente, il che è del tutto fattibile con le tecnologie odierne. Sull’argomento si possono trovare ragguagli particolareggiati nei miei libri “Rifiuto: Riduco e Riciclo” e “Lo Stivale di Barabba” editi da Macro Edizioni.
Per chiudere, Dott. Montanari ci sono cittadini dei Castelli Romani che da ben sette anni contrastano una discarica di “tal quale” esaurita che da più parti si vorrebbe ampliare, mentre da tre anni gli stessi cittadini lottano contro l’ipotesi di un inceneritore sullo stesso sito della discarica. Da uomo di scienza cosa sente di dire a tutte queste persone che stanno contrastando ciò e cosa vorrebbe dire a tutti gli altri che ancora non capiscono il reale pericolo e le vere soluzioni percorribili?
Il concetto fondamentale è che l’unica arma di legittima difesa di cui disponiamo è la conoscenza. Se si resta ignoranti, si rimane preda appetitosa di avventurieri pronti ad ogni mascalzonata pur di far soldi. Purtroppo, e qui faccio, magari sbagliando, d’ogni erba un fascio, gli organi d’informazione non solo non informano ma disinformano ad arte, e basterebbe, al proposito, accendere la TV sui programmi RAI e Mediaset per accorgersi delle enormità che queste diffondono a proposito dell’incenerimento dei rifiuti. Per ciò che concerne le discariche, temo che anche qui esistano malintesi. Se una discarica è fatta tecnicamente come si deve e altrettanto come si deve è gestita, non costituisce un problema grave per l’ambiente. È quando le discariche sono ubicate su falde acquifere e non hanno un sottofondo adeguato che la costruzione è errata, ed è quando ospitano materiali putrescibili che sopravvengono i guai maggiori. Quei materiali generano gas tossici e puzzolenti ed altrettanto tossici percolati, e non possono assolutamente entrare in discarica per nessun motivo. Cattivo odore e la presenza di uccelli sui rifiuti indicano chiaramente la cattiva gestione del sito. Le discariche gestite male lo sono anche per giustificare presso chi ignora come stiano le cose la costruzione di un inceneritore, così come lo è stata la cosiddetta “emergenza rifiuti” a Napoli: una messa in scena allestita ad arte con pazienza per santificare una follia come l’inceneritore di Acerra.
Con la vicina Colleferro come drammatico esempio che futuro auspica per il territorio dei Castelli Romani e per i suoi cittadini?
Inutile girare intorno alla questione: la strada intrapresa è suicida e ci si deve fermare immediatamente, tornando subito sui propri passi. Per questo occorre una conduzione politica che, ahimè, non esiste non solo nel Lazio ma in Italia. Ma la democrazia – una cattiva forma di governo che, però, resta la meno peggiore tra tutte – prevede una gestione decisa in base ai numeri, e, se i cittadini continuano imperterriti a concedere la loro fiducia a quei personaggi, significa che tutti i disastri presenti e futuri sono quanto la maggioranza vuole.
Intervista del 23 agosto 2010 a cura di Luca Tittoni.
L’ Associazione “Differenzia-ti” desidera ringraziare il Dott. Stefano Montanari per la preziosa intervista e per il suo consistente operato di ricerca volto al bene comune.
23 ottobre, CORTEO contro l’inceneritore dei Castelli Romani – Albano Laziale
_PREMESSA DOVEROSA: solidarietà e vicinanza non bastano più. Ci fanno piacere ma non bastano più. Uscite di casa! E’ nel vostro UNICO, VERO interesse.
_Sabato 23 ottobre i cittadini ed i movimenti dei Castelli Romani che da anni contrastano senza sosta e civilmente l’inutile quanto speculativo inceneritore voluto dal consorzio Co.E.Ma e dalla Regione Lazio daranno vita ad un nuovo corteo cittadino che si snoderà da Albano Laziale (P.zza Giuseppe Mazzini) sino a Genzano di Roma passando per la città di Ariccia.
I cittadini hanno ormai dimostrato da tempo la follia economica e sanitaria che questo obsoleto impianto avrebbe su tutta l’area a sud di Roma, hanno illustrato a stampa, cittadini ed amministratori (dieci sindaci sono contrari all’impianto) le alternative esistenti, più efficienti e con costi 40 volte inferiori rispetto a quelli di un mastondotico bruciatore alimentato con i soldi pubblici della truffa di stato CIP 6.
Si avvicina inoltre la data nella quale verranno discussi i nostri ricorsi depositati presso il TAR Lazio e presso la Corte dei Conti, nonostante ciò rimane in piedi il rischio concreto che si proceda all’avvio del cantiere relativo all’ecomostro.
Per tutto ciò e di fronte ad un simile inquietante scenario chiamiamo la cittadinanza dell’intero bacino Castelli Romani alla partecipazione consistente, invitandola alla mobilitazione diretta a salvaguardia di quello che resta del proprio territorio e del proprio futuro.
CORTEO CONTRO L’ INCENERITORE DEI CASTELLI ROMANI: ALBANO LAZIALE, ARICCIA, GENZANO DI ROMA. SABATO 23 OTTOBRE, ORE 15:30 PARTENZA DA PIAZZA GIUSEPPE MAZZINI, ALBANO LAZIALE.
La cittadinanza TUTTA è chiamata alla mobilitazione. Partecipa e passaparola.
Castelli Romani, rubinetti avvelenati
_«L
a qualità dell’acqua che esce dai rubinetti delle nostre case peggiora di giorno in giorno, ma il gestore del servizio, anziché prendere provvedimenti seri, chiede di cambiare le normative e di ammettere come legali valori di concentrazioni di arsenico e altri pericolosi inquinanti sempre più elevati». È la denuncia dei cittadini dei Castelli romani, riuniti nel Coordinamento contro l’inceneritore di Albano che in un dettagliato dossier documentano la situazione di progressivo deterioramento delle falde acquifere del territorio, sottoposte a uno sfruttamento crescente.
L’aumento di arsenico, vanadio e altri metalli pesanti nelle acque potabili sarebbe dovuto, secondo i membri del comitato, ad un prelievo eccessivo, superiore alle capacità di ricarica della falda. L’incremento di queste sostanze avrebbe riguardato tutta l’area: «Nessuno dei Comuni dei Castelli romani – spiegano – si sottrae al disastro qualitativo delle risorse idriche. A Lanuvio, tra il 2008 e il 2009, su 11 controlli analitici da noi realizzati, l’arsenico era fuori limite in ben nove casi con punte di 34,4 microgrammi per litro. A Velletri – continuano – dove i valori sono aggiornati a giugno 2010, abbiamo riscontrato valori fuori limite di arsenico nelle rete pubblica di via Colle Zioni per 23,6 microgrammi per litro. A Roncigliano invece, specie nelle acque delle zone circostanti la discarica, in via Ardeatina, la concentrazione della sostanza è arrivata nel 2009 a 27,5 microgrammi per litro».
E per “risolvere” il problema Acea Ato 2 avrebbe richiesto e ottenuto dalla Regione Lazio ripetute deroghe. È così che la concentrazione di arsenico consentita sarebbe passata da 10 a 50 microgrammi per litro, i floruri da 1,5 a 2,5 e il vanadio da 50 a 160 microgrammi per litro. «Migliaia di pagine di letteratura scientifica dimostrano che la presenza di sostanze come l’arsenico nell’acqua potabile è direttamente correlata all’insorgenza di tumori», denunciano preoccupati dal Coordinamento, ricordando che la massima concentrazione di arsenico prevista dell’Organizzazione mondiale della sanità è di 10 microgrammi per litro. Una situazione, quella dei Castelli romani, che, avvertono dal comitato cittadino, non potrebbe che peggiorare se il tanto contestato progetto dell’inceneritore vedesse la luce.
«Se il mostro venisse realizzato – spiegano – oltre a degradare dal punto di vista ambientale il territorio, la qualità dell’acqua peggiorerebbe inevitabilmente». Per funzionare l’impianto necessita infatti di circa 150 metri cubi di acqua al giorno, pari a quasi 55 milioni di litri all’anno.
«Qualunque ulteriore sottrazione di acqua al territorio – sostiene il comitato cittadino -, che si tratti di estrazione dal sottosuolo o cementificazione della superficie, è un attentato alla nostra salute e a quella delle generazioni future. Dunque non solo per questo, ma anche per questo, l’inceneritore è una scelta criminale». (Fonte articolo, Terra, clicca qui)